domenica 22 febbraio 2009

Il casellante

S'arricordò che alle scole limentari 'na vota il maestro aviva contato che l'alloro, l'addrauro, in origini era stata 'na beddra picciotta che po' si era cangiata in pianta. Se nell'antichità lo potivano fari, pirchì ora l'omo non ne era cchiù capace?


Abraham Bloemart, Niobe beweent haar kinderen, olio su tela, 1591, Statens Museum for Kunst, Copenaghen (particolare)

Andrea Camilleri, Il casellante, "La memoria", 750, Sellerio, Palermo, 2008, 143 pagine.

Una donna, Minica, moglie del casellante di una linea secondaria della Sicilia, perde il figlio di cui è incinta in seguito alle violenze seguite a uno stupro. La brutalità della violenza, oltre a farle perdere il figlio a lungo cercato, la lascia sterile.
Una volta appresa la notizia, di ritorno dall'ospedale, la donna decide di trasformarsi in albero, un nespolo, e, aiutata dal marito che la accudisce amoroso nonostante i segni dello squilibrio, vive come un albero fuori dalla casa.
Resasi infine conto dell'impossibilità dell trasformazione, si rifugia, sconfitta, in una grotta in fondo al pozzo con l'intenzione di lasciarsi morire fino a quando la Fortuna porrà fine ai suoi propositi.
Secondo le parole di Camilleri, Il casellante, rappresenta il secondo episodio di una "Trilogia delle metamorfosi", iniziata con Muruzza Musumeci. Il tentativo di trasformazione di Minica rimanda immediatamente al mito di Dafne ma ricorda più strettamente, per temi e drammaticità, quello di Niobe, trasformatasi in marmo per il dolore provocato dalla morte dei suoi dieci figli.
Mentre in Muruzza Musumeci, l'elemento soprannaturale, è alla base della narrazione, in questo romanzo la realtà, saldamente governata dalla Fortuna, è l'unica dimensione della narrazione e, forse, è proprio per questo che la metamorfosi non si realizza e, dopo il dolore, la vita dei protagonisti sembra trovare una parvenza di normalizzazione.
Nel tratteggiare la storia di Minica e Nino, Camilleri aggiunge un altro piccolo pezzo alla mappa di Vigata che sta cartografando nei suoi lavori via via sempre più precisamente.
Alla Vigata della seconda guerra mondiale appartiene anche la figura di don Simone Tallarita "omo di rispetto", mafioso, che nel romanzo svolge, per il protagonista, un vero e proprio agente della Fortuna e che, a mia memoria, è l'unico esempio di mafioso totalmente "positivo" (almeno per gli effetti delle sue azioni nello sviluppo della storia) che compare negli scritti di Camilleri (a patto di dimenticarsi, naturalmente, delle modalità in cui si concretizzano gli aiuti... ).

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