lunedì 9 febbraio 2009

Le piccole memorie

Le piccole memorie. Si, le memorie piccole di quando ero piccolo, semplicemente.


Hieronymus Bosch, Trittico delle Tentazioni di Sant'Antonio, 1505-1506 ?, olio su tavola, Museo Nazionale di Arte Antica, Lisbona [particolare dello sportello sinistro]

José Saramago, Le piccole memorie (As pequenas memòrias, 2006), "ET Scrittori", 1528, Einaudi, Torino, 2007, Traduzione di Rita Desti, 120 pagine.

Saramago torna nei luoghi della sua infanzia a Azinhaga, piccolo paese del Ribatejo dove è nato nel 1922 e a Lisbona, nelle numerose case in cui la sua famiglia ha vissuto nei primi anni della sua vita.
La scrittura è come al solito nitida, lucida, i luoghi prendono vita e si animano davanti agli occhi del lettore che rivive i giochi di bambino, le letture, i giochi, le spedizioni nella campagna, i pomeriggi al cinema e gli incontri per le strade di Lisbona.
In un periodo come questo in cui la parola "Crisi" è sulla bocca di tutti e minaccia il calcio come discorso principe nei bar questo piccolo libro prezioso può aiutare a relativizzare la situazione.

Fu in questi luoghi che venni al mondo, fu da qui, quando ancora non avevo due anni, che i miei genitori, migranti spinti dalla necessità, mi portarono a Lisbona, ad altri modi di sentire, pensare e vivere, come se nascere dove io sono nato fosse stata la consegeuenza di un equivoco del caso, di una casuale distrazione del destino che ancora fosse in loro potere correggere. Non fu così. Senza che nessuno se ne fosse accorto, il bambino aveva già prolungato viticci e radici, la fragile semente che ero io allora aveva avuto il tempo di calpestare il suolo argilloso con i suoi piedi minuscoli e malfermi, per riceverne, indelibilmente, il marchio originale della terra, quel fondo instabile dell'immenso oceano dell'aria, quel fango ora secco, ora umido, composto di residui vegetali e animali, di detriti di tutto e tutti, di rocce corrose, polverizzate, di molteplici e caleidoscopiche sostanze che hanno attraversato la vita e alla vita hanno fatto ritorno proprio come vi tornano i soli e le lune, le piene e le siccità, i freddi e i caldi, i venti e le bonacce, i dolori e le gioie, gli esseri e il nulla. Soltanto io sapevo, senza avere coscienza di saperlo, che negli illegibili in-folio del destino e nei ciechi meandri del caso era scritto che sarei dovuto tornare ancora ad Azinhaga per finire di nascere. p.4

Il bambino che sono stato non vide il paesaggio come sarebbe stato tentato di immaginarlo, dalla sua altezza d'uomo, l'adulto che è diventato. Il bambino, nel tempo in cui lo fu, stava semplicemente nel paesaggio, ne faceva parte, non lo interrogava, non diceva né pensava, con queste o con altre parole: «Che bel paesaggio, che magnifico panorama, che stupendo punto di osservazione!» p.6

E se è vero che alcune delle fantasmagorie boschiane sembrano soppiantare di gran lunga le possibilità di qualsiasi comparazione tra il santo e il bambino, sarà solo perché non ci ricordiamo più o non volgiamo neanche ricordarci di ciò che allora passava nelle nostre teste. Quel pesce volante che nel quadro di Bosch porta il sant'uomo nell'aria e nel vento non si distingue poi così tanto dal nostro stesso corpo che vola, come ha volato il mio tante volte nello spazio dei giardini tra i palazzi di Rua Carrilho Videira, ora sfiorando il limoni e i nespoli, ora guadagnando altezza con un semplice battito delle braccia e aleggiando sopra i tetti. p.25

Non credo esista al mondo un silenzio più profondo del silenzio dell'acqua. Lo senti allora e non l'ho mai più dimenticato. p.66

Per dare un'idea chiara della situazione, basterà dire che per anni, con assoluta regolarità stagionale, mia madre andava a portare le coperte al monte di pietà quando l'inverno terminava, per riscattarle solo, risparmiando centesimo su centesimo per poter pagare gli interessi tutti i mesi e il recupero finale, quando i primi freddi cominciavano a farsi sentire. p.76

José Dinis morì giovane. Gli anni d'oro dell'infanzia erano finiti, ognuno di noi dovette andare per la propria strada e un giorno, passato del tempo, mentre mi trovavo ad Azinhaga, domandai a zia Maria Elvira «Che fine ha fatto José Dinis?» E lei, senza aggiungere altro, rispose: «José Dinis è morto». Eravamo così, feriti dentro, ma duri fuori. Le cose sono come sono, ora si nasce, poi si vive, alla fine si muore, non vale la pena girarci troppo intorno, José Dinis venne e passò, si piansero alcune lacrime al momento, ma certo è che non si può passare la vita a piangere i morti. Voglio credere che oggi nessuno avrebbe pensato più a José Dinis se queste pagine non fossero state scritte. p.118

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