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lunedì 16 marzo 2015

Bad Chili


Joe R. Lansdale, Bad Chili (Bad Chili, 1997), "Stile libero. Noir", Einaudi, Torino, 2003, traduzione dall'inglese di Alfredo Colitto.

Era metà aprile quando tornai dal mio lavoro in mare e scoprii che il mio buon amico Leonard Pine aveva perso il posto di buttafuori all’Hot Cat Club, perché in un momento di rabbia, dopo aver cacciato un attaccabrighe fuori dal locale, mentre quello era ancora a terra, Leonard aveva tirato fuori l’uccello e gli aveva pisciato sulla testa.

Però l’amore è l’amore, e anche se gli amanti sono dello stesso sesso i problemi non sembrano cambiare di molto, a parte il fatto che si scopa molto di più. Gay o no, gli uomini sono uomini, e agli uomini piace un sacco scopare. Potete scriverlo nel vostro libro nero, poi strappate la pagina, accartocciatela e fumatevela.

Era una giornata appiccicosa, con un sole splendente come l’occhio di dio e il cielo di un blu lattiginoso. L’aria odorava di prati falciati e di sudore. Io avevo ancora l’odore di lubrificante per armi sulle mani.

Restammo così per ore, piangendo e baciandoci, senza quasi parlare. Finalmente smise di piovere, e restammo nella vasca, bagnati fino alle ossa, a osservare la luce del giorno morire lentamente, per lasciare il posto alla notte. Le stelle iniziarono a bucare l’oscurità vellutata, come spilli attraverso un tessuto nero. Poi sorse un bellissimo quarto di luna.
Lì, nella vasca umida che era il nostro letto, con la notte per soffitto, sopraffatti da uno strano senso di pace, ci addormentammo abbracciati.

La copertina
  
 
 
 
 

venerdì 27 febbraio 2015

L'ultimo uomo nella torre

Resti delle celebrazioni della festa di Ganesh Chaturthi, Mumbai da Demotix.
Aravind Ariga, L'ultimo uomo nella torre (Last Man in Tower, 2011), "Super ET", Einaudi, Torino, 2013, traduzione dall'inglese di Norman Gobetti.

Se chiedete informazioni sul Vishram Society, vi diranno subito che si tratta di un condominio pucca, assolutamente, impeccabilmente pucca. p. 5

Ecco come questa città non smette mai di crescere: calcinacci, merda, piante e pacciame lasciati a loro stessi ingoiano a poco a poco il mare, protendodosi verso l'altro capo della baia cone una lingua di un serpente, sibilando attraverso l'acqua salata: qui c'è altra terra, altra terra. p. 161

Tutta Bombay è stata creata così: dal desiderio dell'immondizia e delle discariche, su cui sorge la città bonificata, di diventare qualcosa di meglio. p. 161

La gente si avventurò fuori dagli edifici, nell'acqua del colore del tè dell'Assam su cui galleggiavano sia la spazzatura sia la luce accecante. p. 164

Un uono non è quel che dicono di lui i vicini. p. 236

Invece un uomo è quel che dicono di lui i vicini. p. 236

Nella Via Lattea metropolitana, a volte ci si imbatteva in un sistema solare autonomo: come quegli uomini che giocavano a carte quasi in silenzio nella penombra di quel pianerottolo, interrompendosi solo per pranzare o per sostituire lo stoppino della lampada ad olio. Ricchi non lo sarebbero mai stati, però avevavno quell'eterni pomeriggio di carte in compagnia. p. 307

E si mettevano a contrattare: perché non è che un assasino dovesse per forza spuntare un prezzo migliore per le melanzane. p. 437

Niente può fermare un essere vivente che vuole essere libero. p. 460

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sabato 9 agosto 2014

Nel tempo di mezzo


Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, "Supercoralli", Einaudi, Torino, 2012, 272 pagine. 

Non riuscí a pronunciare per intero il suo nome. All’impiegato che glielo chiedeva riuscí a dire solo: Vincenzo.

Nel totale brunito, vinaccia, della terra arata dagli ordigni che stancamente erano piovuti dai cacciabombardieri, sopravviveva qualche accenno di verde rassegnato, polveroso.

Le terre quanto piú sono antiche tanto piú si concentrano, sono grumi calcificati nella Pangea; le nuove, ampie, terre invece, sono epidermidi sottili e delicate di neonati esposti a ogni trasformazione. Sono spazi dove il meccanismo, che ha tutto ancora da imparare, si fa cavilloso, non accetta l’insondabile, crede ogni avvenimento quantificabile e perfetto nella sua prevedibilità. È l’anzianità che smette di credere a questa perfezione, dimostrando in se stessa che non c’è niente di perfetto in un corpo che si consuma.

Quella domanda e il sole sorsero insieme.

[...] Terranova o Olbia che fosse: in tempi di regimi i nomi hanno un senso indiscutibile per chi li impone e relativo per chi li patisce.

Si fermò ad ascoltare l’aria ferma del primo mattino che portava con sé mare e terra, sabbia e roccia, che sono poi la stessa cosa in forma diversa.

Raccontavano che in quel particolare anno maledetto tutti i venti, caldi e freddi, scirocchi o tramontani, avevano cessato di soffiare. Tutto sembrava voler contribuire all’obbligo di fare silenzio.

Il cielo sopra la sua testa era stellato e luminoso. Impietosamente bello, di una bellezza semplice e totale, come il sorriso di una sposa, l’orgoglio del ragazzo che scopre di essere uomo, lo sguardo di chi si ama. Era bellezza degli umani e non delle cose, come poco prima, sotto la pioggia fangosa, degli umani era stata ogni bruttezza.

E ciò rimetterebbe a posto le cose: tenersi pronti per la carestia durante l’abbondanza. Ma quella è una saggezza talmente elementare che si frantuma al primo scossone della realtà. Che succede quando abbondanza e carestia dormono sullo stesso letto, quando c’è il cibo ma non ci sono piú le bocche da sfamare?

L’incanto dove noi posiamo il piede, che chiamiamo paradiso di boschi, di fonti, di frutti, prima era inferno, materia incandescente, lava indistinta, brodo per batteri. Siamo il risultato di una disobbedienza, e che ce la raccontino sotto forma di frutto proibito poco importa.

Lui c’aveva troppi interessi, troppi affari in giro, era uno con un’altra testa, si vede proprio che non era stato allevato da queste parti. Guardate che queste cose contano, a lungo andare una testa diversa fa la differenza.
Oh non sono mai stato speciale, ho amato le cose che amano tutti: il silenzio mattutino, le lenzuola fresche di bucato… Ho amato di innamorami. Ho amato di essere amato. Ho amato di trattenere il pianto e anche di piangere. Mai stato speciale, no. Ho amato il pane fresco e la perfezione di certe forme. Ho amato d’amare. E odiare, qualche volta, certo: non sono speciale. Neanche adesso, che è notte fonda.

A furia di ripetere, da vecchi, scopriamo d’essere meno speciali di quanto abbiamo mai creduto di essere. Scopriamo che tutti ugualmente si muore e questo ripetersi infinito non è nient’altro che negazione dell’evidenza.

 Va bene, si ricomincia.

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mercoledì 2 luglio 2014

La foresta


La recensione di zerocalcare (zerocalcare.it)

Joe R. Lansdale, La foresta (The Thicket, 2013), "Stile Libero. Big", Einaudi, Torino, traduzione dall'inglese di Luca Briasco, 2013, 347 pagine.
Il giorno che nonno venne a prendere me e mia sorella Lula e ci trascinò fino al traghetto, non potevo immaginare che presto mi sarei ritrovato in una situazione peggiore di quella che ci era già toccata in sorte, o che avrei iniziato a frequentare un pistolero nano, il figlio di uno schiavo e un maiale grosso e inferocito, né tanto meno che avrei trovato l’amore e ucciso qualcuno, ma le cose andarono proprio cosí.

Rispondemmo entrambi che avevamo capito, anche se Lula sembrava fosse scivolata via di nuovo, come una mongolfiera. Era già abbastanza lunatica in circostanze normali, sempre lí a guardare stupita la forma delle nuvole e a chiedersi perché le cose fossero verdi e roba del genere, e mai che accettasse un «È Dio che le ha fatte cosí» come risposta. Era costantemente alla ricerca di una verità piú grande, come se ce ne fosse una. Nonno ripeteva spesso che, quando c’era un buca a terra, Lula immaginava sempre che dovesse esserci qualcosa dentro, per una ragione precisa e con una sua storia, anche se lei non vedeva niente. Non poteva accettare che una buca fosse vuota e, se c’era qualcosa dentro, che questo qualcosa non si fosse domandato perché o come fosse finito lí. «Mai fidarsi delle donne che cercano una spiegazione per tutto», diceva.

Era un uomo religioso e aveva sempre creduto che avrebbe rivisto tutti in paradiso. Era una convinzione solida e incrollabile, che gli dava conforto in ogni circostanza, e nonno mi aveva insegnato che era quello il modo di affrontare il mondo, e che non dovevo pensare troppo per conto mio, per evitare che mi venissero altre idee che potevano essere giuste, ma poco piacevoli.

Entrambi indossavano vestiti che davano l’impressione di essere stati usati come stracci in un porcile e poi dati a una capra perché ci pisciasse sopra.

Non avevamo fatto molta strada quando la luna iniziò a sciogliersi come un panetto di burro in una padella di ferro e le stelle diventarono sempre piú rade. Poi una luce rosa attraversò furtiva l’oscurità, e il cielo fu improvvisamente azzurro.

Ci vuole fegato per godersi una sosta da quelle parti: è una città dove la gente non ti parla dietro, anche se dovesse sospettare che hai accoppato una sfilza di donne o che ti sei trombato una pecora sulla scalinata della chiesa battista. Preferiscono tenersi l’informazione per sé e li considerano affari tuoi, a meno che, ovviamente, non si tratti delle loro donne. O della loro pecora.

Devo aggiungere subito che i fatti mi avrebbero smentito, ma allora non c’era molto da vedere in lui, a parte il fatto che a guardarlo sembrava fosse stato avvolto dalle fiamme e che qualcuno avesse cercarlo di spegnerle con un’accetta dalla lama non troppo affilata.

La mattinata era calda come un cane rabbioso avvolto in un cappotto.

– Esistono diverse cose di cui dovresti vergognarti, se qualcuno ti scopre mentre le fai, ma credimi, una donna è un qualcosa che devi goderti con tutto te stesso, perciò non c’è alcun motivo di sentirti in colpa. Non è sposata, è consenziente, e non mi risulta che tra i comandamenti ce ne sia uno che dice: «Non desiderare la fica». Non che mi importi granché, dei comandamenti.

– Tu vivi nel mondo, ma non ne sei parte. Perciò, non sei sano.

Mentre osservavo le stelle e l’oscurità che le separava, mi attraversò un pensiero curioso. Mi chiesi se la mia vecchia idea di Dio, del cielo, delle arpe e degli angeli non fosse troppo piccola per contenere tutto ciò che stavo guardando, e se il buio interrotto dalle stelle, lassú, non appartenesse a qualcosa di piú grande, di piú difficile da spiegare, di Dio. Devo confessarvi che quella fu la prima volta in cui sentii che ero davvero parte di qualcosa di piú strano e di piú meraviglioso di quanto avessi mai immaginato.
Era un pensiero che non mi disturbava affatto.

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sabato 24 maggio 2014

Lucernario


Lisbona, 2008
José Saramago, Lucernario (Claraboia, 2011) "I Narratori", Feltrinelli, Milano, traduzione dal portoghese di Rita Destri, 2012.

Tra i veli oscillanti che popolavano il suo sonno, Silvestre cominciò a udire rumori di stoviglie e avrebbe quasi giurato che dalle trame larghe dei veli trasparissero dei chiarori. Stava per irritarsi, ma all’improvviso si rese conto che si stava svegliando.

Esitava. La parola che voleva pronunciare ce l’aveva sulla punta della lingua, ma le pareva che, pronunciandola, l’avrebbe profanata. Ci sono parole che si ritraggono, che si ricusano – perché per le nostre orecchie stanche di parole hanno troppo significato.

La bocca era inespressiva, segnata da rughe di amarezza. Quando sorrideva la storceva leggermente, il che conferiva alla fisionomia un’aria sarcastica che le parole non smentivano.

– Infatti è lì che sta il difficile. Dimentichi che anche gli altri hanno le loro idee sul bene e sul male. E che possono essere più giuste delle tue...

Al di qua – o forse al di là – delle chiacchiere inevitabili, un silenzio spesso, angosciante, il silenzio inquisitore del passato che ci contempla e il silenzio ironico del futuro che ci attende.

La ragazza ricordava la copertina a colori di una rivista americana, di quelle che mostrano al mondo che in America non si fotografano persone o cose senza aver prima passato loro una mano di tinta fresca.


Forse la poesia è come una fonte che scorre, è come l’acqua che nasce dalla montagna, semplice e naturale, gratuita in sé. La sete sta negli uomini, la necessità sta negli uomini, ed è solo grazie alla loro esistenza che l’acqua cessa di essere disinteressata. Ma la poesia, sarà così? Nessun poeta, come nessun uomo, è semplice e naturale.

“La normalità della gente,” pensava, “che espressione stupida! Che ne so, io, di cos’è la normalità della gente! Guardo migliaia di persone durante il giorno, ne vedo, con occhi capaci di vedere, decine. Vedo persone serie, scherzose, lente, affrettate, brutte o belle, banali o attraenti, e le definisco la normalità della gente. Cosa penserà di me ciascuna di loro? Anch’io cammino lento o in fretta, serio o scherzoso. Per alcuni sarò brutto, per altri sarò bello, o banale, o attraente. In fin dei conti, anch’io rientro nella normalità della gente.

- Ma non ha detto che la vita è un letamaio e una porcheria?
– Non lo smentisco. La vita è un letamaio e una porcheria perché è così che alcuni l’hanno voluta. E hanno avuto, e continuano ad avere dei seguaci.

L’amore è l’urlo dei deboli, l’odio è l’arma dei forti.

Ho pensato che, se non posso consigliarla, posso almeno dirle che la vita senza l’amore, la vita così come l’ha descritta poco fa, non è vita, è un letamaio, un tubo di scolo!

– Dovrà ammettere che quello che sta dicendo è un tantino sovversivo...
– Lei crede? Non mi pare. Se questo è sovversivo, tutto è sovversivo, persino respirare. Io sento e penso proprio come respiro, con la stessa naturalezza, la stessa necessità. Se gli uomini si odieranno, non si potrà fare nulla. Saremo tutti vittime degli odi. Ci uccideremo tutti nelle guerre che non desideriamo e di cui non siamo responsabili. Ci agiteranno davanti agli occhi una bandiera, ci riempiranno le orecchie di parole. E per che cosa, in definitiva? Per creare la semente di una nuova guerra, per creare nuovi odi, per creare nuove bandiere e nuove parole. È per questo che viviamo? Per fare figli e lanciarli nella fornace? Per costruire città e raderle al suolo? Per desiderare la pace e avere la guerra?

Come una molla che si spezza dopo una tensione eccessiva, l’entusiasmo si placò. Silvestre sorrise:
– È il calzolaio che ha parlato. Se qualcun altro mi sentisse direbbe: “Parla troppo bene per essere un calzolaio. Sarà un dottore sotto mentite spoglie?”.
A sua volta, Abel rise e domandò:
– Sarà un dottore sotto mentite spoglie?
– No. Sono soltanto un uomo che pensa.

Silvestre l’afferrò per le spalle e lo scosse:
– Abel! Tutto quello che non è costruito sull’amore genera odio!
– Ha ragione, amico mio. Ma forse dovrà essere così per molto tempo... Il giorno in cui sarà possibile costruire sull’amore non è ancora arrivato...

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sabato 12 aprile 2014

Guarda l'Eufrate rosso di sangue


Yaşar Kemal, Guarda l'Eufrate rosso di sangue (Firat Suyu Kan Akiyor Baksana,1997) "La scala", Rizzoli, Milano, 2012, traduzione dal turco di Simone Abramo e Pinar Gökpar, 408 pagine.

Non esiste riparo dal vento della Storia. 

Il Mediterraneo era tutto azzurro. La luce penetrava in ogni interstizio.
Scendeva la pioggia, una pioggia di luce rosa.

Per come la vedo io…» La voce gli tremò, «per come la vedo io, l’essere umano è per natura in cammino, nomade su questa terra. Al mondo, soltanto gli uccelli e questa gente infelice devono migrare.»

Il fuoco acceso al centro del cortile si era trasformato in brace. E le braci del legno d’ulivo non fanno quasi cenere. L’ulivo non brucia come gli altri legni, la sua luce si vede nel buio a una grande distanza.

Solo il volto di chi aveva molto sofferto, di chi aveva sopportato un dolore infinito poteva avere quell'espressione. Un momento sono colmi di sofferenza, un attimo dopo ridono a piena bocca, come se il dolore non li avesse mai sfiorati.

Accanto al muro di quello di mezzo erano spuntati dei fichi selvatici. I fichi selvatici sono un flagello. Gli basta un muro senza padrone, un rudere, che subito attecchiscono. Crescono persino sulle rocce. È una pianta spudorata, con dei fiori gialli, minuscoli, capace di mettere radici persino sul marmo lucidato.

Vasili si sedette proprio in cima, su una roccia che aveva la sagoma di una poltrona e assistette alla discesa del sole sul mare, alla creazione di un luminoso, nuovissimo mondo. Sbocciò, un sublime fiore arancione, a dispetto di tutto, anche delle guerre, delle torture e della fame. Si riempì di allegria. E ridiscese con questa letizia addosso. La tempesta che agitava il mare da lì non si avvertiva, solo una lingua di vento faceva ondeggiare debolmente i fiori, le foglie e l’erba. Il gatto era arrivato e si strusciava sulle sue gambe. Quando lo prese in braccio cominciò subito a fare le fusa.

Da che gli uomini sono uomini, si sono sempre circondati di simboli.

«È sorprendente» disse la principessa. «Ogni statuetta proviene da una civiltà diversa. Sembra che i popoli della Mesopotamia per migliaia di anni abbiano fondato ogni giorno un mondo nuovo.»

«Queste guerre ci hanno rovinato. La paura ormai l’abbiamo nelle ossa. O abbiamo un terrore da morire, oppure non ci curiamo di nulla. Abbiamo perso ogni cosa, anche il senso di umanità. Queste guerre si sono portate via tutto ciò che avevamo. Il nostro cuore è stato denudato. I morti sono morti e quelli che non sono morti sono comunque a pezzi, dilaniati. Ringraziamo il cielo di essere ancora capaci di avere paura. Non l’abbiamo ancora perduta questa facoltà. Immagina cosa accadrebbe se dovessimo perdere anche il sentimento della paura!…»

Quando l’imbarcazione prese il largo, Lena versò un secchio d’acqua dietro di loro, sul legno del molo. Il gesto con cui da quelle parti si augura un buon viaggio e un ritorno rapido. «Va’ come l’acqua e torna come l’acqua» significa.

Il suo volto si era trasformato in un fiore di gioia, di un rosa perfetto.

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giovedì 27 marzo 2014

Libertà


Jonathan Franzen, Libertà (Freedom, 2010) "Supercoralli", Einaudi, Torino, 2011, traduzione dall'inglese di Silvia Pareschi, 626 pagine.

Walter e Patty erano arrivati a Ramsey Hill come i giovani pionieri di una nuova borghesia urbana: colti, educati, progressisti, benestanti e adeguatamente simpatici.

Connie invece non sapeva cosa fosse la completezza: era tutta profondità e niente superficie.

I ridicoli sistemi di guadagno suggeriti dai giornalini degli Scout – vendere abbonamenti porta a porta, imparare giochi di prestigio e organizzare spettacoli di magia a pagamento, procurarsi gli attrezzi per la tassidermia e imbalsamare il lucioperca da primo premio dei vicini – puzzavano tutti ugualmente di vassallaggio («Sono il tassidermista della classe dominante»), o peggio, di elemosina. E cosí fu inevitabile che, nella sua lotta per emanciparsi da Walter, Joey venisse attratto dall’imprenditorialità.

L’ingiustizia aveva una forma, un peso, una temperatura, una consistenza e un pessimo sapore.

Basandosi sull’incapacità di ricordare il proprio stato di coscienza nei primi tre anni di college, l’autobiografa è costretta a presumere di non aver avuto uno stato di coscienza. Si sentiva sveglia, ma in realtà doveva essere sonnambula.

Oggi l’autobiografa pensa che i complimenti fossero una specie di bevanda che Patty aveva l’inconscia saggezza di negarsi, proprio perché ne aveva una sete infinita.

L’autobiografa è sicura che, se fosse stata piú consapevole di se stessa e avesse prestato anche solo un briciolo di attenzione al mondo circostante, Patty non avrebbe giocato cosí bene a pallacanestro. Il successo negli sport è riservato a chi ha la testa quasi vuota.

C’è una pericolosa tristezza nei primi rumori delle attività mattutine altrui; sembra che il silenzio soffra, quando qualcuno lo rompe. Il primo minuto della giornata lavorativa ci ricorda tutti gli altri minuti di cui è fatto il giorno, e non è mai un bene pensare ai minuti come a entità singole. Solo dopo che altri minuti si sono uniti al primo, nudo e solitario, il giorno assume un’identità piú stabile.

Quel vecchio piano (o speranza, o illusione) era naufragato. Il nuovo piano prevedeva che si sforzasse di dimenticare la notte precedente e fingesse che non fosse accaduto nulla.

Il colpevole, col senno di poi, sembrava quasi bin Laden, ma non del tutto. Il colpevole era una cosa piú profonda, che non c’entrava con la politica, una cosa strutturalmente malevola, come una gobba sul marciapiede che ti fa inciampare e cadere faccia a terra mentre te ne vai a spasso in perfetta innocenza.

Lalitha aveva una guida veloce e piuttosto spericolata, ma Walter era arrivato a preferire l’ansia del passeggero alla rabbia moralistica che lo consumava quando sedeva al volante, alla sensazione apparentemente inevitabile che, di tutti i guidatori sulla strada, solo lui stesse viaggiando alla velocità giusta, solo lui sapesse trovare un buon compromesso fra un’obbedienza troppo zelante e una ribellione troppo pericolosa alle regole del traffico.

Esiste una specie di felicità nell’infelicità, dopotutto, se si tratta dell’infelicità giusta. Gene non doveva piú temere una grossa delusione nel futuro, perché l’aveva già ricevuta; aveva superato quell’ostacolo, aveva fatto di sé un’eterna vittima del mondo.

Walter non aveva mai amato i gatti. Li considerava i sociopatici del regno animale, una specie addomesticata come male necessario per il controllo dei roditori e in seguito idolatrata, cosí come succede in quei paesi infelici che idolatrano il proprio esercito, che onorano le uniformi degli assassini come la gente che accarezza il bel pelo dei gatti perdonando loro le zanne e gli artigli. Nel muso di un gatto non aveva mai visto altro che affettata indifferenza ed egoismo; bastava stuzzicarlo con un topo giocattolo per capire cosa gli stesse davvero a cuore.

Ancora oggi l’accesso alla riserva è consentito solo agli uccelli e ai residenti di Canterbridge Estates, gli unici a conoscere la combinazione del lucchetto che chiude il cancello, sormontato da una piccola insegna in ceramica con l’immagine di una bella ragazza dalla pelle scura da cui la riserva prende il nome.

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mercoledì 5 febbraio 2014

Cosmetica del nemico


Amélie Nothomb, Cosmetica del nemico (Cosmétique de l’ennemi, 2001), "Amazzoni", Voland, Roma, traduzione dal francese di Biancamaria Bruno, 2003.

Cosmetico, l’uomo si lisciò i capelli con il palmo della mano. Doveva essere impeccabile perché l’incontro con la sua vittima avvenisse a regola d’arte.

– Gli esseri della sua specie sono sempre convinti che gli altri provino interesse per loro.
– Il peggio è che hanno ragione.

Vede, gli adulti insegnano ai bambini a dire buongiorno alle signore e a non ficcarsi le dita nel naso: non gli insegnano a non uccidere i compagni di scuola. Avrei provato più rimorso se avessi rubato le caramelle da una bancarella.

Le stavo dicendo che l’essere umano è una cittadella e i suoi sensi ne sono le porte. L’udito è l’entrata custodita meno bene: e da qui la sua sconfitta.

– Crede che le persone malate di senso di colpa abbiano davvero bisogno di un motivo serio? Il mio nemico interiore era nato col favore della zuppa per gatti: avrebbe potuto trovare altri pretesti. Quando si è destinati a diventare colpevoli, non è necessario avere qualcosa da rimproverarsi. Il senso di colpa si aprirà un varco con qualsiasi mezzo. È la predestinazione.

– Abbia il senso delle sfumature, per favore.

Al mondo non c’è niente di più incomprensibile dei volti, o meglio, di certi volti: un insieme di tratti e di sguardi che d’improvviso diventano la sola realtà, l’enigma più importante dell’universo, che si guarda con sete e con fame, come se vi fosse inciso un messaggio supremo.

– Già, smancerie. A un divoratore di peperoncino non può proporre un timballo di riso.

Ogni volta che l’uomo sbatteva la testa contro il muro, sottolineava il suo gesto con un grido. Urlava: “Libero, libero, libero!”

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venerdì 10 gennaio 2014

La casa dei quattro venti



Elif Shafak, La casa dei quattro venti (Honour, 2012), "best BUR", Rizzoli, Milano, 2013, traduzione dall'inglese di Stefania Manzana, 445 pagine.
Mia madre è morta due volte. p. 11

Eppure gli abitanti non dubitavano che accadessero cose strane e terribili nell'universo, cioè oltre le sponde dell'Eufrate. E visto com'era il mondo, chi mai poteva desiderare di partire alla sua scoperta? Tutto quello che era stato e che sarebbe accaduto esisteva già, lì, nel presente. L'uomo era stato creato per restare dov'era, come gli alberi e le rocce. p. 16

Quando tre o più persone dormono insieme in uno spazio ristretto, piano piano il loro respiro si fonde e si sincronizza. Forse era un messaggio di Dio, il suo modo di suggerire agli uomini che basterebbe lasciarsi andare e tutti potrebbero vivere in pace e in armonia, senza più liti né incomprensioni. p.66

Lui era quello introverso. Il filosofo. Il sognatore. L'eremita che viveva in una caverna immaginaria e riusciva a trovare l'insolito nelle cose ordinarie, compagnia nella solitudine, e bellezza ovunque. p. 86

Piegò il foglio a metà e girò gli angoli verso l'interno. Un quadrato, due triangoli, un rettangolo... Avvicinò gli angoli, allontanò i triangoli e... voilà: una barchetta di carta. La adagio sul pavimento. Non c'è acqua per farla navigare. Non c'è vento per spiegare le vele. Sembra fatta di cemento. Non va da nessuna parte. Come il dolore che sento dentro. p. 100

Le parole, come tribù erranti, non avevano fissa dimora. Si muovevano in continuazione, sparpagliandosi in lungo e in largo su tutta la terra. p.120

Come si può placare la violenza del vento? Come si può colorare la neve che scende bianca dal cielo? accettiamo di buon grado di non avere alcun controllo sulla natura. E allora perché non possiamo ammettere che non ci è dato di cambiare il nostro destino? Cosa c'è di diverso? pp. 127-8

Nel profondo del suo cuore, al di là dell'audacia ostentata, Adem sapeva che quella decisione l'avrebbe fatto stare male. Invece, stranamente, non sentì nulla. Può forse sentire dolore un pezzo di legno trasportato dalla violenza della corrente? O una piuma provare angoscia mentre si lascia sospingere dal vento? Così si sentiva lui quel giorno. E per molti giorni a venire. p. 135

Se fai sapere che hai un cuore di cristallo, chiunque può mandarlo in frantumi. p.255

Era come se il cielo avesse una fessura aperta per rivelare un altro universo, e ogni cosa fosse stata dipinta con il pennello di Dio. p. 392

Nadir increspa le labbra e imita il mio tono. «Dimentica il mondo. Date il massimo di quanto vi resta da spendere, ché anche noi diventeremo polvere.»
rido, mio malgrado. «È Khayyam, di nuovo?»
«Sì, Omar Khayyam.»

Solo quando le lettere hanno smesso di arrivare, ho capito che era morta per la seconda e ultima volta. p. 440

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