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mercoledì 11 marzo 2015

Il giardino dei dissidenti

Krugerrand del 1984.

Jonathan Lethem, Il giardino dei dissidenti (Dissident Gardens, 2013), "Narratori Stranieri", Bompiani, Milano, 2014, traduzione dall'inglese di Andrea Silvestri.

“No, sul serio, lo è davvero,” disse Porter. Porter era uno di quelli che nel dichiararsi d’accordo con te premettevano sempre un “no”, come se non avessi detto quello che volevi dire con la necessaria risolutezza.

Ogni possibilità non rinviata a un futuro inimmaginabile era fin troppo vivida e urgente, un cataclisma che spazzava via tutta la calma che aveva davanti. Miriam non era mai riuscita a trovare un punto di equilibrio tra questi due estremi.

Il cavo dell’inflessibilità di Rose non fece che tendersi come se un’estremità fosse ancorata ai cieli e l’altra al centro della terra, con questo prato inaridito infilato in mezzo a mo’ di perlina.

In quanto abitante di un secolo devastato potevi ridurre il mondo allo spazio occupato da una donna e un uomo nella radura di una pausa pranzo.

Scoprivi chi eri e cosa contava veramente solo dopo essere passato attraverso la lente della favola, imposta a ogni maschio e a ogni femmina del genere umano, che raccontava come laggiù nella foresta del mondo ci fosse qualcuno da amare e sposare ad aspettarti.

Le sue attenzioni gli erano parse una meravigliosa bottiglia in cui aveva sperato di infilarsi per poi espandersi come il modellino di una nave, le vele ammainate fino al momento in cui si spiegavano per occupare ogni angolo.

La copertina



lunedì 24 dicembre 2012

Chronic City




Jonathan Lethem, Chronic City ( Chronic City, 2010), "Tascabili. Narrativa", 217, il Saggiatore, Milano, 2011, traduzione dall'inglese di Gianni Pannofino, 459 pagine.


C'era un ethos a cui Perkus teneva più di ogni altra cosa, un principio desunto da precoci esperienze con le droghe, ecstasy, mescalina, in un giorno memorabile con un vassoio d'argento stracarico di tartine da tè alla psilocibina, crostini tagliati da un amico imbevuto di maniere wasp, mentre con alcuni compagni era tutto un entrare e uscire da brevi e abbaglianti rilevazioni, e altri che arrancavano nei loro brutti trip, in mondi negativi, bisognosi di aiuto per tornare indietro: mai infrangere le illusioni degli altri se non si è certi di poter offrire loro un'alternativa migliore di quella a cui li si vuole strappare. p.337

la copertina






sabato 14 gennaio 2012

Non mi ami ancora






Jonathan Lethem, Non mi ami ancora (You Don't Love Me Yet, 2007), "Tascabili. Narrativa", 139, Il Saggiatore, Milano, 2011, traduzione dall'inglese di Andrea Buzzi, 219 pagine.




"Al risentimento che si nasconde nell'amore, alla solitudine che si nasconde nelle amicizie. Alle pessime scopate. [...] Ai bevitori di caffè avidi anche dell'ultimo sorso, quando non resta che un sedimento amaro." p.164

"Sapete che nei piccoli appartamenti la gente cessa di amarsi?" disse senza nessun motivo. "Perché non possono guardarsi da una distanza sufficiente. Bisogna poter guardare l'altro come se non potessi essere visto a tua volta, come un animale nella foresta." p.173

Los Angeles era la più grande città abbandonata della terra. p.191

"È superficiale, Lucinda."
"Non c'è profondità senza superficie." p.218

la copertina









giovedì 9 settembre 2010

Ragazza con paesaggio





Jonathan Lethem, Ragazza con paesaggio (Girl in Landscape, 1998)"I Mirti", Tropea, Milano, 2006, traduzione dall'inglese di Andrea Buzzi, 288 pagine.


la copertina



lunedì 9 febbraio 2009

L'inferno comincia nel giardino





Jonatham Lethem, L'inferno comincia nel giardino (The Wall of the Sky, The Wall of the Eye, 1996), "Sotterranei", 37, minimum fax, Roma, 2001, traduzione di Martina Testa, 263 pagine.

Prima raccolta di racconti pubblicata da Lethem. Si tratta di sette storie abbastanza disomogenee che, in alcuni casi, suggeriscono l'idea che, più che racconti, in origine potessero essere nati come spunti per romanzi. Tra quelli meno riusciti, Per sempre, disse il papero (Forever, Said the Duck) e Cinque Scopate (Five Fucks).
L'uomo felice (The Happy Man) è il racconto che da il titolo alla raccolta nell'edizione italiana; l'idea è che, in un futuro imprecisato, gli uomini (curiosamente mi sembra si parli solo di maschi) possano resuscitare previo pagamento di una cauzione ma siano costretti a vivere alcuni momenti della loro nuova esistenza in una sorta di inferno personale, costruito su misura e basato sulle loro paure o traumi.
In Duri come la pietra (The Hardened Criminals), di per se non indimenticabile, Lethem ha il merito di aver creato l'immagine di un carcere del futuro costruito con i resti dei condannati ridotti a mattoni ma ancora capaci (almeno per un certo tempo) di parlare e interagire con i nuovi detenuti. In questo, come nel racconto Chiaro e il Sofferente (Light and the Sufferer) si possono ritrovare delle atmosfere che saranno proprie di La fortezza della solitudine. Vanilla Dunk è un racconto sul basket del futuro in cui l'abilità dei giocatori è data da speciali tute in grado di riprodurre i movimenti dei grandi cestisti del passato.
I dormiglioni (Sleepy People) è forse il racconto più incompiuto della raccolta.

domenica 23 novembre 2008

Amnesia Moon



Jonathan Lethem, Amnesia Moon (Amnesia Moon, 1995. "Sotteranei", 55, minimum fax, Roma, 2003. Traduzione di Martina Testa, 256 pagine).

Stati Uniti d'America, in uno scenario post-catastrofe (ci sono riferimenti espliciti, omaggi, a Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb di Dick) alcuni uomini sono in grado di modellare attraverso i sogni delle zone di influenza; Everett Moon, alias Chaos, è uno tra i più potenti, ma è stato colpito da un'amnesia che lui stesso ha determinato e che lo ha relegato in una sorta di esilio.
Sembra di leggere un romanzo nato da un'idea di P.K. Dick e scritto da B. Sterling.
Dopo aver letto la Fortezza della solitudine può venire il legittimo dubbio che i due libri non siano stati scritti dalla stessa penna.

giovedì 30 ottobre 2008

La fortezza della solitudine


Jonathan Lethem, La fortezza della solitudine [The Fortress of Solitude, 2003 - il Saggiatore, "Net", 323, Milano 2007, trad di. Gianni Pannofino]

Romanzo ambizioso che attinge a piene mani nel vissuto personale dell'autore per tentare di tratteggiare gli ultimi trent'anni di vita americana visti da un quadrilatero di strade di Boerum Hill, Brooklyn, New York.
L'autore torna negli stessi luoghi descritti in Brooklyn senza madre [Motherless Brooklyn] ma lo stile e la profondità della scrittura sono di tutt'altro tipo.
Dylan Ebdus, il protagonista, impiega circa quarant'anni a metabolizzare parzialmente la sua formazione nel quartiere popolare in cui lui è uno dei pochissimi bambini bianchi.
I ricordi d'infanzia sono poco idealizzati, anche nei pochi momenti in cui Lethem si abbandona alla rievocazione di giochi o scoperte si tratta di pause momentanee in una storia fatta di paure e di difficoltà.
L'R&B, il funk, l'avvento del punk e i primi passi dell'hip-hop, i writer, i fumetti della Marvel, le gang e i treni ricoperti di tag, il crack e il ghetto, il romanzo trabocca di simboli dell'immaginario collettivo pop newyorkese ma sono la solitudine e l'abbandono i veri protagonisti del romanzo.
Il libro offre tantissimi spunti per cercare di descriverne i significati; le vicende umane si intrecciano, si stratificano e si sviluppano ma la sensazione che si ha quando si chiude il libro è quella di aver letto la lenta redenzione di un uomo che per sfuggire dalle paure della sua infanzia tradisce i luoghi e le persone che sono rimaste.
Ci si potrebbe perdere a considerare solo i riferimenti al mondo dei super eroi dei fumetti (il titolo si riferisce al rifugio segreto di Superman), o le citazioni musicali (la mia - non originale - idea di comporre la playlist del libro è già stata realizzata da altri) o la geografia di Brooklyn.
Mi rendo conto, cercando di scriverne addesso che si tratta di uno di quei romanzi destinati a sedimentare e riemergere...