"A mano a mano che il giardino della memoria si inaridisce, [...] si accudiscono con passione estrema gli ultimi alberi e le ultime rose rimasti. Per non farli avvizzire, li bagno e li curo tutto il giorno. Ricordo, ricordo, in modo da non dimenticare." p. 24
[...] la sera di un lungo giorno, un uomo lasciato solo nella sua poltrona ad essere se stesso è come un viaggiatore che torna a casa dopo un viaggio lungo e avventuroso. p.201
Il buio si stava dissolvendo a poco a poco, ma la città sembrava voler trattenere la notte ancora a lungo, come la faccia buia di un pianeta remoto. p.217
Viviamo una vita limitata, vediamo pochissimo e non sappiamo quasi niente; quindi, se non altro, sogniamo un po'. p.230
[...] chi non ha scoperto il modo di essere se stesso è condannato alla schiavitù; le razze alla degenerazione, le nazioni alla scomparsa, al nulla. Sì, al nulla. p.448
L'aspetto più orribile di tale tipo di intimità, secondo lui, era che anche una donna ordinaria, priva di attributi particolari, può, senza che ce ne accorgiamo, invadere una parte notevole dei nostri pensieri. p.460
Oggi di Rüya mi rimane solo questo testo, queste pagine oscure, buie, nere come la pece. p.491
la copertina
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martedì 20 aprile 2010
Il libro nero
Orhan Pamuk, Il libro nero (Kara Kitap, 1990) "Narrativa", Frassinelli, 1996, traduzione dal turco di Mario Biondi, 492 pagine.
martedì 3 marzo 2009
Il castello bianco

Maometto IV, "il cacciatore" (Mehmed IV, Avgí), anonimo siriano, ca 1682.
Orhan Pamuk, Il castello bianco (Beyaz Kale, 1979), "Super ET", Einaudi, Torino, 2006, traduzione di Giampiero Bellingeri, 173 pagine.
[coming soon...]
È risaputo che non si dà una esistenza predeterminata e che tutto quanto accade in fondo non cotituisce che una catena di combinazoni. Eppure, con tutto ciò, persino quelli a conoscenza di tale verità, volgendosi in un certo periodo dela loro vita a riconsiderar l'esitenza, decidono che ciascuna delle vicende da loro vissute quali eventi fortuiti rappresenta invece una necessità. p.9
E così , cominciammo a lavorare, da buoni studenti, da buoni fratelli che studiano addrittura quando sanno che in casa non ci sono i grandi a sentirli attraverso la porta socchiusa. p.28
Lui non la temeva, la peste, ché la malattia era da Dio predestinata; se all'uooo era prescritto di morire, moriva; era dunque vano, quel mio arrabattarmi, tappandomi in casa e troncando le relazioni con l'esterno, ocercando di scappare da Istanbul: se così stava scritto, la morte sarebbe venuta a coglierci fin laggiù. A che tanta paura? Per quelle colpe che da giorni stendevo sulla carta? p.69
Come in quegli stupidi, soddisfatti della propria vita, de mondo e di sé, nel mio sguardo s'era insinuata una voluttà triviale. Ma lo sapevo: nella mia nuova condizione io mi trovavo bene. E tacqui. p.123
Copertina dell'edizione italiana, Super ET, Einaudi, Progetto Grafico 46xy:

Copertina dell'edizione turca, İletişim Yayınları, 1985:

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