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domenica 6 dicembre 2015

mercoledì 27 maggio 2015

sabato 14 marzo 2015

Cronaca di un suicidio


Gianni Biondillo, Cronaca di un suicidio, "Narratori della fenice", Guanda, Parma, 2013.

Non si era trovato con Roma a su tempo, tutto qui, può capitare; però, per quanto impenitemente meneghino fosse, doveva farsene una ragione che la capitale era un'altra cosa, un altro pianeta. E che Milano, bella finché vuoi, il mare non ce l'aveva. Punto.

Un libro. L'ennesimo giallo dell'ennesimo giallista nordico. Ci sono più giallisti in Islanda che nel resto d'Europa, pensò, dove li trovano i morti per le indagini, su Marte?

La copertina

 

martedì 29 aprile 2014

I materiali del killer


Gianni Biondillo,  I materiali del killer, "Narratori della Fenice", Guanda, Parma, 2011, 277 pagine.

Il cielo grigio e pesante si stava gonfiando sempre più, i palazzi sembrava facessero una gran fatica a trattenerlo, a non farlo crollare sulle persone, soprattutto andando verso la periferia, dove la densità dell’incasato si diradava e apparivano condomini spaiati, casuali, totem di cemento dalle spalle larghe e gli intonaci scrostati, forse dalla fatica di reggere solitari il peso del cielo di Lombardia, che era così bello quand’era bello, così splendido, così in pace, ma che bello, splendido e in pace, diciamocelo, non lo era quasi mai.

Era irrimediabilmente un uomo del secolo scorso, che aveva costruito il suo panorama interiore, quello affettivo e simbolico, in un mondo fatto di telefono con la ghiera, di cortine di ferro, e di giornaletti pornografici. Non c’era nostalgia in lui, solo una chiara presa di coscienza: apparteneva all’ultima generazione che aveva vissuto gli ultimi rantoli del Novecento e forse anche per questo un destino beffardo l’aveva condannata all’eterna gioventù, all’attesa infinita. Poi però la biologia aveva fatto il suo dovere, senza sconti, e ora Ferraro si sentiva maledettamente vecchio senza essere mai stato davvero adulto.

Ognuno guarda con i suoi occhi, vede quello che vuole o quello che può. I ticinesi apparivano, dalle parole di Francesca, insubri esenti da maleducazione congenita anche se vagamente algidi. Per uno di Berna, forse, erano i soliti terroni caciaroni e parassitari. La crudeltà delle latitudini non dà scampo.

«No... no, non è possibile... l’ho visto ieri sera... cioè... stava bene, io...»
Come se il nostro sguardo potesse avere poteri taumaturgici. L’ho visto, era vivo, il mio sguardo lo tiene in vita, quindi non può essere morto finché non lo rivedo, io, con questi occhi.

Alla fine, senza neppure accorgersene, s’erano infognati nella Tangenziale Est. È che alla fine non ci fai caso, diventa il percorso usuale per ogni milanese, e Fusco, da buona napoletana, lo era nell’intimo (ché nessun milanese è così fanaticamente milanese come chi, non nascendoci, ha scelto di viverci, a Milano). La tangenziale, che era nata per distogliere il traffico dalla città, negli anni era diventata una sorta di circonvallazione interna della metropoli che ormai travalicava gli stretti confini comunali e si distendeva come un incoerente patchwork per buona parte della ex ridente, ex salubre ed ex fertile Pianura Padana.

Dovrebbe ammetterlo una volta per tutte che ama questa città. (Ma è Milano, solo Milano, il suo amore? O nasconde persino a se stesso la verità?) La ama quando sa ridisegnarsi, riprendere slancio, suturare sul corpo vivo le ferite, farle diventare tatuaggi indelebili. S’incanta di fronte ad un cantiere, al miracolo della creazione, resterebbe ore ad osservare il caos organizzato oltre la recinzione. Ma che ne è della memoria? È come se avesse mille anni – gli dice una reminiscenza di Baudelaire, e lui sa chi gliela lesse quella poesia –, la città sembra mutare più velocemente della vita di un uomo, che così si sente perduto, senza punti fissi.

Le facce qui sono sempre le stesse, le stesse di un secolo fa. La stessa fatica nei corpi, la stessa voglia di vita negli occhi. Non sono più facce della pianura, o degli Appennini, ora sono facce del Magreb, dell’Asia, del mondo intero, ma la voglia di essere qui, di essere milanesi è la stessa.

Le donne che hai amato ti restano addosso, sono macchie della pelle, indelebili. Di più: sono rughe sul volto, dolori articolari, carie. Il tempo ti si deposita addosso, le esperienze, i ricordi, i crolli, le ricostruzioni. Siamo carte geografiche ambulanti, di carne e sangue, ricoveri di storia e di vita. Il tuo passato lo indossi come un abito tagliato su misura. E tu sei il sarto e il cliente.

Ferraro guardò nel tondo dell’orologio pubblico. Uno di quelli con la scocca e il palo verde bottiglia, verde Milano anzi, che costellano la città e fanno sì che nessun milanese debba sentirsi mai obbligato ad uscire con l’orologio al polso. Quanti saranno? Centinaia, migliaia? Un’ossessione meneghina quella dell’orario, mai rispettata da Ferraro, ritardatario cronico e senza speranza di guarigione. Chi diavolo controllava, s’era chiesto per anni, che segnassero tutti l’ora esatta? C’è un ufficio al comune, un responsabile degli orologi di Milano? Chi li sposta avanti e li riporta indietro mesi dopo, quando scatta l’ora legale? Chi è il padrone del tempo metropolitano?

Tanto non c’era nulla da fare con la vita. Che ti piaccia o no la devi vivere. A questo punto è meglio smetterla di fare i depressi esistenzialisti. Vada come vada. Noi possiamo solo metterci la buona volontà ed un sorriso, che non guasta mai di fronte al precipizio.

Questa era la sua forza: nessuna memoria, nessuna nostalgia. Il futuro era tutto da immaginare, ed anche per questo a lei il presente non pesava affatto.

Ma in lui la malizia non aveva requie, doveva tenerla continuamente a bada. Ché il sesso, negli uomini, è tutto nella testa, è nell’immaginare di farle le cose, prima ancora di farle per davvero.

la copertina



venerdì 22 marzo 2013

Lapponi e criceti


Nicoletta Vallorani, Lapponi e criceti, "Verdenero romanzi", Edizioni Ambiente, Milano, 2010, 222 pagine.

Ho fatto una trattativa con Dio. p.9

Qui a Pasteur, abbiamo un modo tutto particolare di manifestare solidarietà: seguiamo le persone che amiamo, ovunque esse vadano. p. 107

Benvenuti nel sogno dell'Expo. p. 222

la copertina

lunedì 14 settembre 2009

Cuore Meticcio




Via dei Transiti, Pasteur, Milano


Nicoletta Vallorani, Cuore Meticcio, "Gli alianti", 52, Marcos Y Marcos, Milano, 1998, 194 pagine.


Le persone sono nascoste dentro i corpi come la crema nei bignè: finché non ci dai un morso non scopri che gusto ha. Ma per come la vedo io, dopo il primo assaggio, il bignè devi finirlo comunque. Non si lasciano avanzi per nessun motivo. p. 65

la copertina


mercoledì 15 aprile 2009

Con la morte nel cuore




Villa Scheibler a Quarto Oggiaro

Gianni Biondillo, Con la morte nel cuore, "TEADUE", 1445, Tea, Milano, 2007, 443 pagine.

C'è poco da aggiungere a quanto ho scritto per per gli altri libri di Biondillo perchè la storia è la narrazione della vita dell'ispettore di polizia Michele Ferraro. C'è poco da dire se non che è stato bello avere altre pagine da leggere e che non bastano mai...

A conti fatti il più bel parco di Milano resta il PArco Lambro. Certo, al posto degli scoiattoli, come nello Schönbrunn, ci girano delle pantegane che a vederle fanno paura, però, se uno non le disturba, normalmente non danno fastidio. Sono animali riservati.
E poi le pantegane uno le può trovare acneh nel giardini di Villa Reale, a PAlestro. Un giardino che è un incanto , ma piccolo e troppo affollato.
Quelli di Porta Venezia poi, per quanto nobili e pieni del salutismo borghese fine Ottocento, sono pur sempre dei giradini, non un parco. C'è il Sempione, è vero. Ma, detto tra noi, al di la della ottima collocazione, non è più il parco di trent'anni fa. Mette tristezza. Non voglio parlare poi del PArco delle Basiliche. Solo un piazzista poteva chiamare Parco quel prato spelacchiato. Ci vuole coraggio oppure malafede, vedete voi. La nuova cancellata ha cambiato ben poco. Gli spacciatori si sono spostati di pochi metri, i barboni dormono sotto i portici dell'esattoria, l'abside di San Lorenzo, una delle più straordinarie esperienze architettoniche del mondo, ora è un po' più difficile ammirarla da lontano. Ma tanto non se l'è mai cagata nessuno, quindi, appunto, cambia poco.
C'è il Trenno. Ha una buona estensione, e poi c'è il piccolo cimitero di guerra britannico, luogo di pace e di meditazione. Poi c'è sicuramente il Monte Stella. Tumulo dei detriti bellici, sepoltura simbolica del passato, mitologia urbana meneghina, che vuole rinascere in aletzza, nel centro di una pianura piattissima.
Belli, va bene. Ma il Parco Lambro è il più bello. Il fiume è vero, non un canaletto artificiale con le paerelle finte; i movimenti della terra, gli avvallamenti, i montarozzi, le cascine, le marcite... lo giri r rigiri e cambia il paesaggio. Non è piccolo, il Lambro. Non è enorme, non esageriamo, a Milano il verde è una perdita di tempo, sono soldi buttati, sai quanto ci fai al metro quadro se lo rendi edificabile? Però non è piccolo. È un parco vero. p. 229-230

«Insomma, basta. Tu e le tue menate sull'amicizia, la solitudine, le sfighe... cosa sei, l'unico che se lìè preso nel culo dalla vita? Vuoi vedere il mio deretano? Sembra un portaombrelli!» p.247


Copertina, foto di Toni Nicolini (Azibul), Grafica Studio Baroni, 2007



Copertina dell'edizione Guanda, 2005



domenica 15 marzo 2009

Per cosa si uccide




I famosi fenicotteri rosa di Villa Invernizzi a Milano, foto di Kurtzing

Gianni Biondillo, Per cosa si uccide, "TEADUE", 1317, TEA, Milano, 2006, 285 pagine.

Dentro le trame verosimili del noir Biondillo indaga sui motivi che spingono gli uomini ad uccidere. La morte si declina nelle sue stagioni e tramite episodi, per nulla didascalici, si compone la storia umana dell'ispettore Michele Ferraro, qui alla sua prima apparizione. Appare chiaro comunque che l'Autore avesse già in mente parte della storia complessiva del suo ispettore prima di scrivere i tre romanzi che ne compongono, finora, l'epopea; alcuni riferimenti alla gioventù del protagonista, infatti, che troveranno spiegazione nel romanzo Il giovane Sbirro qui sono delineati già in maniera precisa.
Poco tempo fa, ascoltando un dibattito a Sabato Libri, trasmissione di Radio Popolare, esperti della narrativa gialla lamentavano il fatto che in Italia manchi completamente il noir metropolitano, anche perché, sostenevano, in Italia non ci sono metropoli paragonabili a quelle in cui si muovono i personaggi di Chandler.
Non entro nel merito del posizionamento di Milano nella graduatoria delle metropoli mondiali ma, la città che descrive Biondillo (e in cui vivo da quando sono nato) è lo specchio esatto di Milano, con i suoi pregi e i suoi (moltissimi) difetti. I personaggi che compaiono nel romanzo sono uguali alle persone che si potrebbero incontrare per strada uscendo a prendere le sigarette.


Non date retta a chi decanta le gioie di una estate in città. Milano, senza i suoi abitanti, semplicemente non ha senso. Senza il viaviai, senza le incazzature, i furgoncini degli artigiani in seconda fila e le macchine delle sciure che portano i figli all'asilo in terza, senza le polveri sottili, la metropolitana nelle ore di punta, senza gli impiegati e i mendicanti, senza tutto ciò, è come se perdesse la terza dimensione. Il quadretto idiliaco di chi ti propone le passeggiate in centro, come un turista, a visitare musei, che il resto dell'anno non riesci mai a vedere perché sei preso dal lavoro. è falso e pure un po' snob. Chi lodice quasi sempre è uno che è appena tornato dalle isole Molucche e ha già il biglietto d'aereo pronto per fare un salto in Venezuela a trovare dei vecchi compagni di classe che da quelle parti hanno fatto una fortuna vendendo mine antiuomo. p.16

Ci sono zone di Milano dove non sei a Milano, sei in un'altra città, in un altro mondo. Luoghi incontaminati, dove non passa una macchina, pieni di verde e bambini che giocano. Un crocicchio di strade che sembrano stringersi per farsi forza, mai attaccate dai piani regolatori del Beruto, di Pavia e Masera, e meno che mai dal piccone del risanatore e fascistissimo del piano Albertini.
Per quelle strade sembra di camminare in un paese, o tutt'al più in una piccola capitale di provincia. tutti si conoscono, si salutano, il panettiere ti porta la spesa a casa, le mamme vanno in bicicletta a fare le loro commissioni. [...]
Puoi aver vissuto tutta la vita a Milano e non aver mai visto questi posti. Non ci capiterai mai, non c'è nessuna ragione per la quale tu debba passare di lì, e se lo fai non te ne accorgi: da fuori i palazzi nascondano, alzi occultano, la loro bellezza. Se vi capita una mattina di passare per queste vie dalla toponomastica incredibile (condottieri medievali, poeti risorgimentali, geologi marini, come se le lapidi dei nomi delle vie fossero quasi i ritratti di famiglia appesi sui muri di casa) se vi capita, dicevo, e uno dei portoni è aperto perchè il custode sta spazzando l'atrio, buttateci un occhio dentro e meravigliatevi. [...] Là vivono i ricchi. p.33-34

«[...] Però negli affari ci sapeva fare, aveva personalità. Solo che lui scambiava per rispetto il timore che incuteva. A modo suo era un illuso.» p.37

L'autunno è la stagione eterna di Milano. Il cielo si fa grigio e pare restare così per sempre. Una carrettata di foglie arrugginite invade i marciapiedi, residuo di un'antica abitudine al ciclo delle stagioni senza più senso. Ferraro tornando verso il commissariato ci fece caso, così come fece caso al fatto che ci fece caso. p.41

Gli agenti immobiliari sembrano tutti dei killer. Prendono il loro vestito della cresima e lo trasformano in una uniforme. Lo fanno perchè così credono di sembrare persone più attendibili, degne di fede. Poi però se li guardi in faccia ti spaventi. C'è chi si mette ancora l'orecchino, chi gli occhiali a specchio, chi ha la faccia butterata, chi ancora si tinge i capelli di biondom chi tutte queste cose insieme.
Sono la feccia, i peggiori della classe, quelli che non sono mai riusciti ad entrare in banca oppure in un ufficio e non hanno nessuna volgia di andare a lavorare in fabbrica. [...] Tra l'altro sono di una incompetenza inammissibile, si vede benissimo che non capiscono nulla di quello che ti stanno vendendo. Se chiedi l'altezza di un locale come minimo te la sbagliano di mezzo metro, un appartmaneto di sessanta metri quadrati diventa nelle loro melliflue parole di cento.
Ferraro li odiava dal giorno che dovette comprare casa con la sua ormai ex moglie. Trovava assurdo che guadagnassero sia su chi vende sia su chi compra. [...] Conosceva ormai alla perfezione il loro linguaggio cifrato : «appartamento vecchia Milano» è in realtà un rudere che cade a pezzi in una casa di ringhiera di periferia; «ottimo investimento» è la nuda proprietà di un appartamento dove c'è una coppia di affittuari a equo canone che moriranno come minimo fra quarant'anni, «soluzione originale» è un monolocale soppalcato abusivamente dove per andare a dormire devi usare una scala di corde e il bagno è in piccionaia. p.42

Ci sono voluti centinaia di migliaia di anni di evoluzione affinché l'uomo si ergesse e camminasse a due zampe. Anche l'atto sessuale si adeguò all'evoluzione. In un certo senso il sesso umano è qualcosa di innaturale, un artificio. Un magnifico gioco, il miglior divertimento che maschera, in fondo, la vera ragione, cioè l'atto riproduttivo, per trasformarlo in un atto a sè stante, autoreferenziale, Ma la pecora no. È perdere tutto ciò, è sprofondare indietro di un milione di anni, è pura animalità. p.61

«Per cosa si uccide, allora?»
«Non lo so, è lei l'esperto, me lo dica lei per cosa si uccide...»
«Si uccide per i soldi e per il sesso, in buona sostanza si uccide per il potere.»
«E chi uccide per la patria, per gli ideali?»
«La solfa è sempre quella. La prevaricazione, il potere.» p.71

Si uccide perché qualcuno non ti ha permesso di godere del più puro di ogni amore. Anche per questo si uccide. Si uccide per odio, e anche per amore. p.87

Diciamoci la verità, questa città non la ma più nessuno. Tutti, per primi gli stessi milanesi, la vedono brutta, insopportabile, grigia senza storia. Una volta non era così: ci fu un momento, dopo la guerra, dove ognuno si sentiva parte attiva di un motore più grande, tutti tesi fino allo spasimo per migliorare il loro futuro e il futuro di questa città. p.139

I milanesi sono strani. Hanno nostalgia solo delle cose che distruggono. Hanno tombinato tutti i Navigli e ora li piangono. È per questo forse che amano stare seduti sul ciglio della «torta della sposa» a bagnarsi le mani. È la loro reminescenza di una città d'acqua, una Venezia nel cuore della pianura, che riemerge dal profondo delle loro viscere. p.140

Si, l'idea del museo era buona. nessuno sarebbe mai andato a cercarlo in un posto del genere. Poi l'Archeologico è uno dei musei più deprimenti di Milano, sempre costantemente vuoto. Non tanto perché manchini pezzi di buona qualità, ma perché a nessuno viene in mente che Milano possa avercelo, un passato da archeologizzare. Così le vestigia di quella che fu per alcuni anni la capitale dell?impero Romano (già, chi l'avrebbe mai detto?) se ne stanno per i fatti loro, senza che nessuno disturbi il loro sonno eterno. p.146

Ferraro avrebbe voluto farsi speleologo e visitare il centro della terra. p.157

Tutto in gio era un fiorire di seni. A primavera, senza nessun preavviso, le ragazze di Milano si spogliano determinando un'improvvisa iperattività delle cornee dell'altra metà del cielo meneghino. C'è da chiedersi dove stiano d'inverno tutte quelle braccia, quei seni, quelle gambe; dove si rifugiano, dove vanno in letargo... perché non è possibile che all'improvviso sbuchino fuori in quel modo lasciandoti completamente interdetto, incapace di reagire in un modo minimamente sensato. Forse guardano le previsioni in tivù e poi si telefonano alla sera, o si mandano messaggi via Internet, o al telefonino, non si sa.
Sta di fatto che di botto, dalla sera alla mattina, Milano diventa un'immensa passerella dove le ragazze sfilano, un apiù bella dell'altra.
Perché a Milano le donne sono belle. Un po' è per il sangue che si è mischiato, rinvigorendo una razza fin troppo nebbiosa e algida, un po' perché qui girano un sacco di soldi. p.195


La copertina dell'edizione TEADUE, foto Luciano Soave (Azibul), Grafica Studio Baroni, 2008



La copertina della prima edizione, Guanda, 2004.



giovedì 25 dicembre 2008

Il giovane sbirro





Gianni Biondillo, Il giovane sbirro, "Narratori della Fenice", Guanda, Parma, 2007, 344 pagine.

Biondillo scrive di Milano e della gente che la abita. Il suo ispettore Ferraro, cresciuto a Quarto Oggiaro, è diventato poliziotto senza convinzione per poi sacrificare tutto (sua moglie, sua figlia) al suo "lavoro". I personaggi sono credibili e "contemporanei", gli eroi verosimili e non tutti i casi vengono "risolti". Splendido il personaggio di Francesca.