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sabato 24 maggio 2014

Lucernario


Lisbona, 2008
José Saramago, Lucernario (Claraboia, 2011) "I Narratori", Feltrinelli, Milano, traduzione dal portoghese di Rita Destri, 2012.

Tra i veli oscillanti che popolavano il suo sonno, Silvestre cominciò a udire rumori di stoviglie e avrebbe quasi giurato che dalle trame larghe dei veli trasparissero dei chiarori. Stava per irritarsi, ma all’improvviso si rese conto che si stava svegliando.

Esitava. La parola che voleva pronunciare ce l’aveva sulla punta della lingua, ma le pareva che, pronunciandola, l’avrebbe profanata. Ci sono parole che si ritraggono, che si ricusano – perché per le nostre orecchie stanche di parole hanno troppo significato.

La bocca era inespressiva, segnata da rughe di amarezza. Quando sorrideva la storceva leggermente, il che conferiva alla fisionomia un’aria sarcastica che le parole non smentivano.

– Infatti è lì che sta il difficile. Dimentichi che anche gli altri hanno le loro idee sul bene e sul male. E che possono essere più giuste delle tue...

Al di qua – o forse al di là – delle chiacchiere inevitabili, un silenzio spesso, angosciante, il silenzio inquisitore del passato che ci contempla e il silenzio ironico del futuro che ci attende.

La ragazza ricordava la copertina a colori di una rivista americana, di quelle che mostrano al mondo che in America non si fotografano persone o cose senza aver prima passato loro una mano di tinta fresca.


Forse la poesia è come una fonte che scorre, è come l’acqua che nasce dalla montagna, semplice e naturale, gratuita in sé. La sete sta negli uomini, la necessità sta negli uomini, ed è solo grazie alla loro esistenza che l’acqua cessa di essere disinteressata. Ma la poesia, sarà così? Nessun poeta, come nessun uomo, è semplice e naturale.

“La normalità della gente,” pensava, “che espressione stupida! Che ne so, io, di cos’è la normalità della gente! Guardo migliaia di persone durante il giorno, ne vedo, con occhi capaci di vedere, decine. Vedo persone serie, scherzose, lente, affrettate, brutte o belle, banali o attraenti, e le definisco la normalità della gente. Cosa penserà di me ciascuna di loro? Anch’io cammino lento o in fretta, serio o scherzoso. Per alcuni sarò brutto, per altri sarò bello, o banale, o attraente. In fin dei conti, anch’io rientro nella normalità della gente.

- Ma non ha detto che la vita è un letamaio e una porcheria?
– Non lo smentisco. La vita è un letamaio e una porcheria perché è così che alcuni l’hanno voluta. E hanno avuto, e continuano ad avere dei seguaci.

L’amore è l’urlo dei deboli, l’odio è l’arma dei forti.

Ho pensato che, se non posso consigliarla, posso almeno dirle che la vita senza l’amore, la vita così come l’ha descritta poco fa, non è vita, è un letamaio, un tubo di scolo!

– Dovrà ammettere che quello che sta dicendo è un tantino sovversivo...
– Lei crede? Non mi pare. Se questo è sovversivo, tutto è sovversivo, persino respirare. Io sento e penso proprio come respiro, con la stessa naturalezza, la stessa necessità. Se gli uomini si odieranno, non si potrà fare nulla. Saremo tutti vittime degli odi. Ci uccideremo tutti nelle guerre che non desideriamo e di cui non siamo responsabili. Ci agiteranno davanti agli occhi una bandiera, ci riempiranno le orecchie di parole. E per che cosa, in definitiva? Per creare la semente di una nuova guerra, per creare nuovi odi, per creare nuove bandiere e nuove parole. È per questo che viviamo? Per fare figli e lanciarli nella fornace? Per costruire città e raderle al suolo? Per desiderare la pace e avere la guerra?

Come una molla che si spezza dopo una tensione eccessiva, l’entusiasmo si placò. Silvestre sorrise:
– È il calzolaio che ha parlato. Se qualcun altro mi sentisse direbbe: “Parla troppo bene per essere un calzolaio. Sarà un dottore sotto mentite spoglie?”.
A sua volta, Abel rise e domandò:
– Sarà un dottore sotto mentite spoglie?
– No. Sono soltanto un uomo che pensa.

Silvestre l’afferrò per le spalle e lo scosse:
– Abel! Tutto quello che non è costruito sull’amore genera odio!
– Ha ragione, amico mio. Ma forse dovrà essere così per molto tempo... Il giorno in cui sarà possibile costruire sull’amore non è ancora arrivato...

la copertina



martedì 15 gennaio 2013

Il signor Calvino


Gonçalo M. Tavares, Il signor Calvino (O Senhor Calvino, 2005), "Prosa contemporanea", Guanda, Parma, 2007, traduzione dal portoghese e postfazione di Roberto Mulinacci, disegni di Rachel Caiano, 79 pagine.

Dall'alto di più di trenta piani, qualcuno lancia giù dalle finestre le scarpe di Calvino e la sua cravatta. p.9

La farfalla si posa sulla sua ombra come se questa fosse una superficie - un tappeto nero finissimo - e non un'illusione. p.11

Questo sistema, che volgarmente si chiamava palloncino, in fondo circondava con un sottile strato di lattice una piccolissima parte della totalità dell'aria del mondo. p. 16

Ma se dobbiamo ammirare la buona memoria del passero che vola esattamente come il suo antenato Archaeopteryx, d'altra parte possiamo anche criticarne la mancanza di evoluzione, effetto evidente dell'assenza di nuove idee. Chiamare conservatore qualcosa che vola nello stesso modo dell'Archaeopteryx non sembra, dunque, un insulto eccessivo. Passero conservatore! p.35

Per allenare i muscoli della pazienza il signor Calvino metteva un cucchiaio da caffè, piccolino, accanto a una pala gigante, pala utilizzata abitualmente in opere di ingegneria. Subito dopo, imponeva a se stesso un obiettivo non negoziabile: un mucchio di terra (50 chili di mondo) da trasportare dal punto A al punto B - punti situati a 15 metri di distanza l'uno dall'altro. L'enorme pala rimaneva sempre per terra, ferma, ma visibile. E Calvino utilizzava il minuscolo cucchiaino da caffè, tenendolo con tutti i muscoli disponibili, per eseguire il compito di trasportare il mucchio di terra da un punto all'altro. Con il cucchiaino ogni minimo pezzo di terra era come accarezzato dalla curiosità attenta del signor Calvino. p.47

La memoria non era un semplice magazzino di cose antiche di cui lui avesse la chiave. p. 57

Voleva andare diretto, senza deviazioni, in un posto dove si sentisse perduto. p.57

Passò in quel momento accanto a lui una coppia di innamorati, che tra il mordicchiarsi le labbra e il sussurrarsi parole a meno di un centimetro si divertivano in quello spazio minuscolo tra di loro, dove qualcuno, di sicuro, doveva aver costruito un parco di divertimenti, invisibile agli occhi degli altri. p.59

Era possibile passare un giorno intero a dire bugie, ma impossibile passarlo a dire la verità. Tutte le relazioni personali, sociali e tra nazioni sarebbero crollate. p.62

Era alla fine di Via Sevignon. p.70

la copertina





lunedì 8 ottobre 2012

Il viaggio dell'elefante


José Saramago, Il viaggio dell'elefante (A Viagem do Elefante, 2008), "Super ET", Einaudi, Torino, 2010, traduzione dal portoghese di Rita Desti, 202 pagine.

Uno guarda la mappa è già si ritrova stanco. Eppure, tutto li sembra vicino, per così dire a portata di mano. La spiegazione, ovviamente, sta nella scala. E' facile accettare che un centimetro sulla mappa equivalga nella realtà a venti chilometri, ma quello che di solito non pensiamo è che anche noi subiamo in questa operazione una riduzione dimensionale equivalente, ed è per questo che, essendo già una cosa tanto minuscola nel mondo, lo siamo infinitamente di più nelle mappe. p.124

[...] così dimostrandosi, ancora una volta, non solo che l'ottimo è nemico del buono, ma anche che il buono, per quanto si sforzi, non arriverà mai ai calcagni dell'ottimo. p. 132

Mi domando se valga la pena di scrivere la parola montagna se non sappiamo che nome darebbe a se stessa la montagna. p.188

Agli alberi dipinti le foglie non cadono. p. 188

Se tutti facessero ciò che possono, il mondo sarebbe certo migliore, [...] p.198

la copertina













mercoledì 26 gennaio 2011

Caino



Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato (Genesi, IV, 15).



Tiziano - Caino e Abele (1570 - 1576 ca, Santa Maria della Salute, Venezia)

José Saramago, Caino (Caim, 2009), "I Narratori", Feltrinelli, Milano, 2010, traduzione dal portoghese di Rita Desti, 142 pagine.


Piangere sul latte versato non è poi tanto inutile quanto si dice, è in qualche modo istruttivo perché ci mostra la vera dimensione della frivolezza di certi procedimenti umani, in quanto se il latto è stato versato,ormai è fatta e adesso non ci resta che pulirlo, e se abele ha fatto una brutta morte è perchè qualcuno gli ha tolto la vita. p.34

Inoltre, com'era noto già a quest'epoca, la carne è supinamente debole, e non tanto per colpa sua, giacché lo spirito, il cui dovere, teoricamente, sarebbe di alzare una barriera contro tutte le tentazioni, è sempre il primo a cedere, a issare la bandiera bianca della resa. p.47

E che razza di signore è questo che ordina a un padre di uccidere il proprio figlio, è il signore che abbiamo, il signore dei nostri antenati, il signore che c'era già quando siamo nati, [...] p. 69

La storia degli uomini è la stroia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui. p.74

Aleggiava una nuvola scura sopra la cima del monte sinai, lì c'era il signore. p.86

Contrariamente a quel che si suole dire, il futuro è già scritto, quello che noi non sappiamo è leggere la sua pagine, disse Caino mentre si domandava fra sé e sé dove mai fosse andato a prendere quell'idea rivoluzionaria. p.106

[...] il nostro dio, il creatore del cielo e della terra, è assolutamente folle, Come osi dire che il signore dio è folle, Perché solo un folle senza la consapevolezza delle proprie azioni ammetterebbe di essere il colpevole diretto della morte di centinaia di migliaia di persone per poi comportarsi come se non fosse successo niente, a meno che, in definitiva, non si tratti di follia, quella involontaria, quella autentica, ma di pure e semplice cattiveria, Dio non potrebbe essere mai essere cattivo oppure non sarebbe dio, di cattivo abbiamo il diavolo, Ma neanche può essere buono un dio che dà ordine a un padre di uccidere e bruciare sul rogo il proprio figlio solo per mettere alla prova la sua fede, questo non ordinerebbe di farlo neppure il più maligno dei demoni, [...] p.106

[...] gli dei sono come pozzi senza fondo, se ti ci sporgi dentro non riuscirai a vedere neanche la tua immagine. Col tempo tuttii pozzi finiscono per prosciugarsi, arriverà anche la tua ora. p. 126

la copertina



lunedì 9 febbraio 2009

Le piccole memorie

Le piccole memorie. Si, le memorie piccole di quando ero piccolo, semplicemente.


Hieronymus Bosch, Trittico delle Tentazioni di Sant'Antonio, 1505-1506 ?, olio su tavola, Museo Nazionale di Arte Antica, Lisbona [particolare dello sportello sinistro]

José Saramago, Le piccole memorie (As pequenas memòrias, 2006), "ET Scrittori", 1528, Einaudi, Torino, 2007, Traduzione di Rita Desti, 120 pagine.

Saramago torna nei luoghi della sua infanzia a Azinhaga, piccolo paese del Ribatejo dove è nato nel 1922 e a Lisbona, nelle numerose case in cui la sua famiglia ha vissuto nei primi anni della sua vita.
La scrittura è come al solito nitida, lucida, i luoghi prendono vita e si animano davanti agli occhi del lettore che rivive i giochi di bambino, le letture, i giochi, le spedizioni nella campagna, i pomeriggi al cinema e gli incontri per le strade di Lisbona.
In un periodo come questo in cui la parola "Crisi" è sulla bocca di tutti e minaccia il calcio come discorso principe nei bar questo piccolo libro prezioso può aiutare a relativizzare la situazione.

Fu in questi luoghi che venni al mondo, fu da qui, quando ancora non avevo due anni, che i miei genitori, migranti spinti dalla necessità, mi portarono a Lisbona, ad altri modi di sentire, pensare e vivere, come se nascere dove io sono nato fosse stata la consegeuenza di un equivoco del caso, di una casuale distrazione del destino che ancora fosse in loro potere correggere. Non fu così. Senza che nessuno se ne fosse accorto, il bambino aveva già prolungato viticci e radici, la fragile semente che ero io allora aveva avuto il tempo di calpestare il suolo argilloso con i suoi piedi minuscoli e malfermi, per riceverne, indelibilmente, il marchio originale della terra, quel fondo instabile dell'immenso oceano dell'aria, quel fango ora secco, ora umido, composto di residui vegetali e animali, di detriti di tutto e tutti, di rocce corrose, polverizzate, di molteplici e caleidoscopiche sostanze che hanno attraversato la vita e alla vita hanno fatto ritorno proprio come vi tornano i soli e le lune, le piene e le siccità, i freddi e i caldi, i venti e le bonacce, i dolori e le gioie, gli esseri e il nulla. Soltanto io sapevo, senza avere coscienza di saperlo, che negli illegibili in-folio del destino e nei ciechi meandri del caso era scritto che sarei dovuto tornare ancora ad Azinhaga per finire di nascere. p.4

Il bambino che sono stato non vide il paesaggio come sarebbe stato tentato di immaginarlo, dalla sua altezza d'uomo, l'adulto che è diventato. Il bambino, nel tempo in cui lo fu, stava semplicemente nel paesaggio, ne faceva parte, non lo interrogava, non diceva né pensava, con queste o con altre parole: «Che bel paesaggio, che magnifico panorama, che stupendo punto di osservazione!» p.6

E se è vero che alcune delle fantasmagorie boschiane sembrano soppiantare di gran lunga le possibilità di qualsiasi comparazione tra il santo e il bambino, sarà solo perché non ci ricordiamo più o non volgiamo neanche ricordarci di ciò che allora passava nelle nostre teste. Quel pesce volante che nel quadro di Bosch porta il sant'uomo nell'aria e nel vento non si distingue poi così tanto dal nostro stesso corpo che vola, come ha volato il mio tante volte nello spazio dei giardini tra i palazzi di Rua Carrilho Videira, ora sfiorando il limoni e i nespoli, ora guadagnando altezza con un semplice battito delle braccia e aleggiando sopra i tetti. p.25

Non credo esista al mondo un silenzio più profondo del silenzio dell'acqua. Lo senti allora e non l'ho mai più dimenticato. p.66

Per dare un'idea chiara della situazione, basterà dire che per anni, con assoluta regolarità stagionale, mia madre andava a portare le coperte al monte di pietà quando l'inverno terminava, per riscattarle solo, risparmiando centesimo su centesimo per poter pagare gli interessi tutti i mesi e il recupero finale, quando i primi freddi cominciavano a farsi sentire. p.76

José Dinis morì giovane. Gli anni d'oro dell'infanzia erano finiti, ognuno di noi dovette andare per la propria strada e un giorno, passato del tempo, mentre mi trovavo ad Azinhaga, domandai a zia Maria Elvira «Che fine ha fatto José Dinis?» E lei, senza aggiungere altro, rispose: «José Dinis è morto». Eravamo così, feriti dentro, ma duri fuori. Le cose sono come sono, ora si nasce, poi si vive, alla fine si muore, non vale la pena girarci troppo intorno, José Dinis venne e passò, si piansero alcune lacrime al momento, ma certo è che non si può passare la vita a piangere i morti. Voglio credere che oggi nessuno avrebbe pensato più a José Dinis se queste pagine non fossero state scritte. p.118