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giovedì 18 dicembre 2014

La città ai confini del cielo


Elif Shafak,  La città ai confini del cielo (The Architect’s Apprentice, 2014), "La scala", Rizzoli, Milano, Traduzione dall'inglese di Beatrice Masini, 2014.

La città, ormai chiaramente definita, si apriva davanti a lui, splendente. Luce e ombre, vette e declivi. Su e giù, una collina dopo l’altra, coperte qua e là da boschetti di cipressi, sembrava un grumo di contrari. Negandosi a ogni passo, cambiando forma in ogni quartiere, affettuosa e spietata allo stesso tempo, Istanbul dava con generosità e con lo stesso respiro si riprendeva il dono.

C’era qualcosa di bello nell’aria, e se a quel tempo avesse posseduto quella parola, avrebbe definito quel qualcosa una benedizione.

Le sue parole, come increspature sulla superficie di uno stagno, si diffusero, raggiungendo le rive della folla, e da lì furono spinte indietro verso il centro, e trasformate nell’andare.

Ripiegando il cuore come un fazzoletto, Jahan vi conservava la memoria dei pomeriggi trascorsi insieme.

Non si può camminare diritti se la strada è storta.

Disse che ci sono tre fontane di saggezza a cui ogni artigiano dovrebbe bere in abbondanza: i libri, il lavoro e le strade. Leggere, lavorare e viaggiare.

Le pietre stanno ferme. Chi vuole imparare, mai.

Siamo mortali. Le decisioni sono pecore; le abitudini, il pastore.

Jahan pensava che esistessero due tipi di templi costruiti dall’uomo: quelli che aspiravano a raggiungere il cielo e quelli che desideravano portare il cielo più vicino a terra. Poi, di rado, ce n’era un terzo: quello che faceva tutte e due le cose.

«Il meretricio è come il vento» disse Balaban, «più gli metti i ferri, più scivola dai buchi.»

Non avrebbe mai osato definire amore ciò che provava per Mihrimah, eppure raccolse con cautela la parola pronunciata e rivelata da qualcun altro per stringersela al petto: non voleva lasciarla andare.

«Sei più forte. Attento, però. Se reggi una spada, obbedisci alla spada, non è il contrario. Non si può portare un’arma senza sporcarsi le mani di sangue.»

Per tutta risposta Sinan disse che la conoscenza, ilm, è un carro trainato da molti cavalli. Se uno dei destrieri comincia a galoppare più veloce, anche gli altri cavalli accelerano e il viaggiatore in carrozza, l’alim, ne trae beneficio. I progressi in un campo sostengono i progressi in altri campi. L’architettura dev’essere amica dell’astronomia; l’astronomia dell’aritmetica; l’aritmetica della filosofia; e così via.

Forse, avrebbe concluso Jahan, quando sei troppo vicino sei cieco, e solo a una certa distanza comprendi.

Stava perdendo la fede nel suo mestiere. Allora non sapeva che il valore della propria fede non dipende da quanto è solida e forte, ma da quante volte uno la perde ed è ancora in grado di recuperarla.

Jahan annuì, la gola stretta. Ricordava anche il resto. Voi siete i testimoni dei vostri rispettivi viaggi. E dunque lo saprete, se uno di voi va fuori strada. Seguite il percorso di chi è saggio, di chi è vigile, di chi ama, di chi lavora sodo.

Allora è così, pensò. Il centro dell’universo non è a est né a ovest. È dove ci si arrende all’amore. A volte è dove si seppellisce un essere amato.

«La verità è una farfalla: si posa su questo e su quel fiore. Tu la insegui con un retino. Se la catturi sei felice. Ma non vive a lungo. La verità è una cosa delicata.»

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giovedì 27 novembre 2014

Ada d'ambra

Buket Uzuner, Ada d'ambra

sabato 12 aprile 2014

Guarda l'Eufrate rosso di sangue


Yaşar Kemal, Guarda l'Eufrate rosso di sangue (Firat Suyu Kan Akiyor Baksana,1997) "La scala", Rizzoli, Milano, 2012, traduzione dal turco di Simone Abramo e Pinar Gökpar, 408 pagine.

Non esiste riparo dal vento della Storia. 

Il Mediterraneo era tutto azzurro. La luce penetrava in ogni interstizio.
Scendeva la pioggia, una pioggia di luce rosa.

Per come la vedo io…» La voce gli tremò, «per come la vedo io, l’essere umano è per natura in cammino, nomade su questa terra. Al mondo, soltanto gli uccelli e questa gente infelice devono migrare.»

Il fuoco acceso al centro del cortile si era trasformato in brace. E le braci del legno d’ulivo non fanno quasi cenere. L’ulivo non brucia come gli altri legni, la sua luce si vede nel buio a una grande distanza.

Solo il volto di chi aveva molto sofferto, di chi aveva sopportato un dolore infinito poteva avere quell'espressione. Un momento sono colmi di sofferenza, un attimo dopo ridono a piena bocca, come se il dolore non li avesse mai sfiorati.

Accanto al muro di quello di mezzo erano spuntati dei fichi selvatici. I fichi selvatici sono un flagello. Gli basta un muro senza padrone, un rudere, che subito attecchiscono. Crescono persino sulle rocce. È una pianta spudorata, con dei fiori gialli, minuscoli, capace di mettere radici persino sul marmo lucidato.

Vasili si sedette proprio in cima, su una roccia che aveva la sagoma di una poltrona e assistette alla discesa del sole sul mare, alla creazione di un luminoso, nuovissimo mondo. Sbocciò, un sublime fiore arancione, a dispetto di tutto, anche delle guerre, delle torture e della fame. Si riempì di allegria. E ridiscese con questa letizia addosso. La tempesta che agitava il mare da lì non si avvertiva, solo una lingua di vento faceva ondeggiare debolmente i fiori, le foglie e l’erba. Il gatto era arrivato e si strusciava sulle sue gambe. Quando lo prese in braccio cominciò subito a fare le fusa.

Da che gli uomini sono uomini, si sono sempre circondati di simboli.

«È sorprendente» disse la principessa. «Ogni statuetta proviene da una civiltà diversa. Sembra che i popoli della Mesopotamia per migliaia di anni abbiano fondato ogni giorno un mondo nuovo.»

«Queste guerre ci hanno rovinato. La paura ormai l’abbiamo nelle ossa. O abbiamo un terrore da morire, oppure non ci curiamo di nulla. Abbiamo perso ogni cosa, anche il senso di umanità. Queste guerre si sono portate via tutto ciò che avevamo. Il nostro cuore è stato denudato. I morti sono morti e quelli che non sono morti sono comunque a pezzi, dilaniati. Ringraziamo il cielo di essere ancora capaci di avere paura. Non l’abbiamo ancora perduta questa facoltà. Immagina cosa accadrebbe se dovessimo perdere anche il sentimento della paura!…»

Quando l’imbarcazione prese il largo, Lena versò un secchio d’acqua dietro di loro, sul legno del molo. Il gesto con cui da quelle parti si augura un buon viaggio e un ritorno rapido. «Va’ come l’acqua e torna come l’acqua» significa.

Il suo volto si era trasformato in un fiore di gioia, di un rosa perfetto.

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domenica 12 gennaio 2014

Latte nero


Elif Shafak, Latte nero (Black Milk, On Writing, Motherhood and the Harem Within, 2007), "La scala", Rizzoli, Milano, traduzione dall'inglese di Roberta Zuppet, 2010.

All'improvviso ebbi la confortante consapevolezza che andava tutto bene e che era sempre stato così. Come dice Rumi, la notte contiene il giorno. Possiamo ricominciare la nostra vita da capo, in ogni momento e in ogni luogo.

Per me la continuità e la stabilità sono come il russo e il cinese. Pur sapendo che sono grandi lingue con una storia molto lunga, non le parlo.

«Ciononostante un elefante non può ingoiare un porcospino.» «Ancora Gandhi?» «No, è uno slogan della Primavera di Praga, risponde.»

Ecco cosa succede quando sei in un Paese straniero: raccogli dettagli come se fossero conchiglie su una spiaggia.

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venerdì 10 gennaio 2014

La casa dei quattro venti



Elif Shafak, La casa dei quattro venti (Honour, 2012), "best BUR", Rizzoli, Milano, 2013, traduzione dall'inglese di Stefania Manzana, 445 pagine.
Mia madre è morta due volte. p. 11

Eppure gli abitanti non dubitavano che accadessero cose strane e terribili nell'universo, cioè oltre le sponde dell'Eufrate. E visto com'era il mondo, chi mai poteva desiderare di partire alla sua scoperta? Tutto quello che era stato e che sarebbe accaduto esisteva già, lì, nel presente. L'uomo era stato creato per restare dov'era, come gli alberi e le rocce. p. 16

Quando tre o più persone dormono insieme in uno spazio ristretto, piano piano il loro respiro si fonde e si sincronizza. Forse era un messaggio di Dio, il suo modo di suggerire agli uomini che basterebbe lasciarsi andare e tutti potrebbero vivere in pace e in armonia, senza più liti né incomprensioni. p.66

Lui era quello introverso. Il filosofo. Il sognatore. L'eremita che viveva in una caverna immaginaria e riusciva a trovare l'insolito nelle cose ordinarie, compagnia nella solitudine, e bellezza ovunque. p. 86

Piegò il foglio a metà e girò gli angoli verso l'interno. Un quadrato, due triangoli, un rettangolo... Avvicinò gli angoli, allontanò i triangoli e... voilà: una barchetta di carta. La adagio sul pavimento. Non c'è acqua per farla navigare. Non c'è vento per spiegare le vele. Sembra fatta di cemento. Non va da nessuna parte. Come il dolore che sento dentro. p. 100

Le parole, come tribù erranti, non avevano fissa dimora. Si muovevano in continuazione, sparpagliandosi in lungo e in largo su tutta la terra. p.120

Come si può placare la violenza del vento? Come si può colorare la neve che scende bianca dal cielo? accettiamo di buon grado di non avere alcun controllo sulla natura. E allora perché non possiamo ammettere che non ci è dato di cambiare il nostro destino? Cosa c'è di diverso? pp. 127-8

Nel profondo del suo cuore, al di là dell'audacia ostentata, Adem sapeva che quella decisione l'avrebbe fatto stare male. Invece, stranamente, non sentì nulla. Può forse sentire dolore un pezzo di legno trasportato dalla violenza della corrente? O una piuma provare angoscia mentre si lascia sospingere dal vento? Così si sentiva lui quel giorno. E per molti giorni a venire. p. 135

Se fai sapere che hai un cuore di cristallo, chiunque può mandarlo in frantumi. p.255

Era come se il cielo avesse una fessura aperta per rivelare un altro universo, e ogni cosa fosse stata dipinta con il pennello di Dio. p. 392

Nadir increspa le labbra e imita il mio tono. «Dimentica il mondo. Date il massimo di quanto vi resta da spendere, ché anche noi diventeremo polvere.»
rido, mio malgrado. «È Khayyam, di nuovo?»
«Sì, Omar Khayyam.»

Solo quando le lettere hanno smesso di arrivare, ho capito che era morta per la seconda e ultima volta. p. 440

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giovedì 13 dicembre 2012

Le quaranta porte

Monument to Shams-e Tabrizi, 2008, © Saeed Saraie and Mani Sadraei
Elif Shafak, Le quaranta porte (The Forty Rules of Love, 2009), "best BUR", Rizzoli, Milano, 2009, traduzione dall'inglese di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, 451 pagine. 

La brezza dell'alba ha segreti da dirti.
Non tornare a dormire.
Devi chiedere quello che davvero vuoi.
Non tornare a dormire.
C'e' gente che va avanti e indietro
attraverso le porte dove i due mondi si toccano.
La porta e' tonda e aperta.
Non tornare a dormire.



Jalal-ud-Din Rumi (1207-1273)

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martedì 20 aprile 2010

Il libro nero

Orhan Pamuk, Il libro nero (Kara Kitap, 1990) "Narrativa", Frassinelli, 1996, traduzione dal turco di Mario Biondi, 492 pagine.



"A mano a mano che il giardino della memoria si inaridisce, [...] si accudiscono con passione estrema gli ultimi alberi e le ultime rose rimasti. Per non farli avvizzire, li bagno e li curo tutto il giorno. Ricordo, ricordo, in modo da non dimenticare." p. 24

[...] la sera di un lungo giorno, un uomo lasciato solo nella sua poltrona ad essere se stesso è come un viaggiatore che torna a casa dopo un viaggio lungo e avventuroso. p.201

Il buio si stava dissolvendo a poco a poco, ma la città sembrava voler trattenere la notte ancora a lungo, come la faccia buia di un pianeta remoto. p.217

Viviamo una vita limitata, vediamo pochissimo e non sappiamo quasi niente; quindi, se non altro, sogniamo un po'. p.230

[...] chi non ha scoperto il modo di essere se stesso è condannato alla schiavitù; le razze alla degenerazione, le nazioni alla scomparsa, al nulla. Sì, al nulla. p.448

L'aspetto più orribile di tale tipo di intimità, secondo lui, era che anche una donna ordinaria, priva di attributi particolari, può, senza che ce ne accorgiamo, invadere una parte notevole dei nostri pensieri. p.460

Oggi di Rüya mi rimane solo questo testo, queste pagine oscure, buie, nere come la pece. p.491


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martedì 12 gennaio 2010

Teneke




Locandina della prima rappresentazione alla Scala di Milano dell'Opera di Fabio Vacchi su libretto di Franco Marcoaldi ispirata al libro.


Yashar Kemal, Teneke (Teneke, 1955) "Biblioteca Tranchida", 5, Giovanni Tranchida Editore, 1997, traduzione dal turco di Antonella Passaro, Glossario di Roberta Denaro, 135 pagine.

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martedì 22 settembre 2009

La collera del monte Ararat





Yashar Kemal, La collera del monte Ararat (Agridagi Esfanesi, 1970), "Le letture", 4, Tranchida, Milano, 2000, traduzione dal turco di Claudia Zonghetti, 141 pagine.

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venerdì 21 agosto 2009

La bastarda di Istanbul





Ricetta dell'Ashure

Ingredienti:
1/2 tazza di ceci
1 tazza di grano
1 tazza di riso
1 tazza e 1/2 di zucchero
1/2 tazza di nocciole tostate
1/2 tazza di pistacchi
1/2 tazza di pinoli
1 cucchiaino di vaniglia
1/3 tazza di uvette
1/3 tazza di fichi secchi
1/3 tazza di albicocche secche
1/2 tazza di scorze d'arancia
2 cucchiaini di acqua di rose

Decorazione:
2 cucchiaini di cannella
1/2 tazza di mandorle sbiancate e affettate
1/2 tazza di semi di melagrana

Preparazione:
La maggior parte degli ingredienti va messa in bagno il giorno precedente, come segue:
Lavare accuratamente ceci, grano e riso e poi lasciarli a mollo tutta la notte in ciotole separate. Immergere fichi, albicocche e scorze d'arancia in acqua calda per mezz'ora, poi scolare tenendo da parte l'acqua di ammollo; tagliare tutto a pezzi, mescolare con l'uvetta e tenere da parte.

Cottura:
Coprire i ceci con circa quattro litri di acqua fredda. Portare a ebolizzione e cuocere a fuoco medio per circa un'ora. Intanto portare ad ebollizione 75 cl, d'acqua e cuocere riso e grano a fuoco basso per un'ora continuando a mescolare, fino a quando la miscela è morbida.
Aggiungere l'acqua d'ammollo della frutta secca, lo zucchero, le nocciole spezzate, i pistacchi e i pinoli nella pentola, e far bollire tutto a fuoco medio mescolando di continuo , per 30 minuti o più. La miscela deve addensarsi leggermente fino alla consistenza di una zuppa sepssa. Aggiungere la vaniglia, l'uvetta, i fichi, le albococche e le scroze d'arancia, e cuocere per altri venti minuti , continuando a mescolare. Spegnere il fuoco e aggiungere l'acqua di rose. Lasciar raffreddare l'ashure a temperatura ambiente per un'ora o più. Spolverare con la cannella e guarnire con fettine di mandorla e semi di melagrana. p.299


Elif Shafak, La bastarda di Istanbul (The Bastard of Istanbul, 2007), "BUR Narrativa", Rizzoli, Milano, 2007, traduzione dall'inglese di Laura Prandino, 388 pagine.


"Mandarinista.. ehi, mandarinista... quanto li fai al chilo?" urlò una donna dalla finestra spalancata all'ultimo piano del palazzo di fronte. La nonchalance con cui gli abitanti della città inventavano nomi improbabili per i lavori più comuni non mancava mai di divertirla. Bastava aggiungere un -ista o un -aio, ed ecco che il dinamico elenco delle professioni cittadine si allungava. p.24

... perchè l'amore ama la forza. Ecco perché possiamo innamorarci di qualcuno fino a morirne, ma raramente amiamo fino a morirne chi si inn amora di noi. p.89

"Svegliati, amico mio, non esiste più nessun "insieme". Quando la melagrana si rompe e i semi si spargono in tutte le direzioni, non puoi più rimetterli insieme". p.257

Istanbul è un libro aperto con scarabocchiati dieci milioni di storie. Istanbul si sta risvegliando dal suo sonno agitato, pronta per il caos della giornata. Da questo momento in poi ci sono troppe preghiere da esaudire, troppe bestemmie di cui prendere nota, e troppi peccatori, per non parlare poi degli inoocenti, da osservare.
A Istanbul è ormai mattina. p.267

**Playlist**

01. Like a Virgin, Madonna (Like a Virgin - 1984) 3:38
02. Primitive Love, Miami Sound Machine (Primitive Love - 1985) 4:42
03. Why Me, Lord?, Johnny Cash (American Recordings - 1969) 2:20
04. Danza della Fata Confetto, Lo schiaccianoci, Tcajkovskij (1891-2)
05. Istanbul (Not Constantinople), They Might Be Giants (Flood - 1990) 2:34
06. Hurt, Johnny Cash (American IV: The Man Comes Around - 2002) 3:38
07. It Ain't Me, Babe, Johnny Cash (Orange Blossom Special - 1965) 3:03
08. Dirty Old Egg-Suckin' Dog, Johnny Cash (At Folsom Prison - 1968) 1:30

... teneva i finestrini abbassati e la radio sintonizzata su una stazione locale che sparava Like a Virgin di Madonna al massimo del volume. C'era uno stridente contrasto fra l'aspetto dell'uomo e i suoi gusti musicali decisamente anticonvenzionali. p.15

Rose tamburellava sul volante, accompèagnando Gloria Estefan:

No modern love for me, it's all a hustle
What's done is done, now is my turn to have fun... p.56
[...]
Primitive love, I want what it used to be.
In un batter d'occhio la Cherokee 1984 azzurro oltremare era tornata al parcheggio del Fry's Supermarket.
I don't have to think, right now you've got me at the brink
This is good-bye for all the times i cried...
p.60

Fischiettò il motivo di una canzone di Johnny Cash che le tornava in mente ogni volta che vedeva sua zia: Why my Lord, what have I ever done.. p.84

Ma anche prima che Barsam Tchakhmakhchian potesse aprire bocca, il cellulare di Armanoush attaccò con la suoneria, un classico di Cajkovskij, la Danza della Fata Confetto. p.119

Il website si apriva con il familiare motivetto di Istanbule was Constantinople / Now it's Istanbul, not Costantinople... p.129

Trotterellò fino al lettore CD e lo accese, capitando su uno dei pezzi preferiti da Asya: la cover di Hurt. Ondeggiando al ritmo delle note iniziali della canzone tornò sui suoi passi, con gli ochhi che le brillavano: I hurt myself today / To see if I still feel.. p.162

Asya si interruppe per porgere i suoi rispetti alla canzone che era appena iniziata, It Ain't Me, Babe. Fischiettò la melodia e mimò le parole, prima di riprendere il discorso. p.167

Porse ad Armanoush uno degli auricolari. Lei accettò con cautela e chiese: "Come si intitola la canzone ?".
"Dirty Old Egg-Suckin' Dog."
"Non la conosco."
"Già" disse gravemente Asya. "Ecoola che comincia. Ascolta..." p.221

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sabato 4 aprile 2009

Una famiglia turca




L'Accademia militare di Kuleli di Istanbul

Irfan Orga, Una famiglia turca (Portrait of a Turkish Family, 1950), "Passigli Narrativa", Pasiigli, Bagno a Ripoli, 2007, traduzione dall'inglese di Luca Merlini, postfazione di Ateş Orga, 363 pagine.

Con la fine della guerra l'Impero Ottomano cessò di esistere. In disposizione del Trattato di Sèvres il suo territorio fu spartito tra le potenze vincitrici e solo con la vittoriosa conclusione della guerra turco-greca e la proclamazione della Repubblica ad opera di Mustafà Kemal Pascià, Ataturk, eroe della Battaglia di Gallipoli, la Turchia riuscì a riconquistare una piccola parte del suo antico Impero.
La disfatta turca nella prima guerra mondiale segnò anche, per moltissime persone, la fine di un epoca e di un modo di vivere.
L'autobiografia di Irfan Orga fa rivivere la caduta di una famiglia benestante di Istanbul, dal 1913 al 1940, dall'agiatezza raffinata dell'epoca del sultanato fino al benessere faticosamente ritrovato dei militari nella Repubblica di Ataturk.
Le vicende famigliari sono saldamente intrecciate con la Storia turca e, per buona parte della narrazione, con la vita quotidiana ad Istanbul.

Durante la mia recente visita ad Istanbul mi ero stupito di come il mito di Ataturk fosse ancora vivo. Leggendo questo libro credo di averne capito, almeno in parte, i motivi.

Prima di raggiungere la stanza nella quale ci saremmo lavati dovemmo attraversare un canaletto nell'acqua sporca scorreva verso le fogne. Non potemmo tuttavia attraversarlo finché tutti non avemmo sputato solennemente tre volte nell'acqua sporca dicendo Destur bismillah per placare gli spiriti maligni che si annidano sempre nei posti sporchi. Nella vecchia Turchia si doveva essere sempre essere cortesi con gli spiriti maligni. Se uno non diceva Destur Bismillah, che significa «In nome di Dio, vattene», gli spiriti maligni delle fogne si sarebbero molto verosimilmente sentiti insultati dalla mancanza di rispetto dimostrata verso di loro, e avrebbero potuto dare a qualcuno uno spintone che lo avrebbe steso faccia in giù nel canale di scolo, o avrebbero potuto causare una emiparesi temporanea. Quindi con loro non scherzavamo. Eravamo sempre molto rispettosi. p.28

Finita la cena lasciammo la sala abbandonando gli avanzi sul tavolo, cosa che sembrò immediatamente un po' volgare, come sono sempre i tavoli da pranzo dopo che la cena è finita. p. 113

MORTE.
Questa parola, assieme al pianto delle donne, sembrava riempire il mondo. In tutta la strada cominciavano ad arrivare notizie di figlie, fratelli, padri rimasti uccisi al fronte. Non c'erano più animate discussioni con i venditori ambulanti. Le donne compravano silenziosamente quello che si potevano permettere, i ragazzi partivano per raggiungere i loro padri in guerra e la strada rimase abbandonata ai bambini, ai cani, e ai gatti sempre affamati. p. 149

«Ricordati sempre! Quando sei disperato, non farlo mai sapere a nessuno. Mettiti i vestiti migliori e stampati in faccia l'orgoglio, e a questo mondo potrai avere tutto ciò che vuoi». p.185

Ataturk e il suo governo decisero che religione e affari pubblici dovessero essere separati, e nella nuova Costituzione è scritto:
«La lingua della Repubblica Turca è il turco e la sua capitale è Ankara».
La precedente leggeva:
«La religione della Turchia è l'Islam, la lingua è il turco e la capitale Ankara».
Il cambiamento fu molto maggiore di quanto possa apparire a occhi europei. p.253

In copertina Fausto Zonaro, Dolmabahçe



martedì 3 marzo 2009

Il castello bianco




Maometto IV, "il cacciatore" (Mehmed IV, Avgí), anonimo siriano, ca 1682.


Orhan Pamuk, Il castello bianco (Beyaz Kale, 1979), "Super ET", Einaudi, Torino, 2006, traduzione di Giampiero Bellingeri, 173 pagine.

[coming soon...]

È risaputo che non si dà una esistenza predeterminata e che tutto quanto accade in fondo non cotituisce che una catena di combinazoni. Eppure, con tutto ciò, persino quelli a conoscenza di tale verità, volgendosi in un certo periodo dela loro vita a riconsiderar l'esitenza, decidono che ciascuna delle vicende da loro vissute quali eventi fortuiti rappresenta invece una necessità. p.9

E così , cominciammo a lavorare, da buoni studenti, da buoni fratelli che studiano addrittura quando sanno che in casa non ci sono i grandi a sentirli attraverso la porta socchiusa. p.28

Lui non la temeva, la peste, ché la malattia era da Dio predestinata; se all'uooo era prescritto di morire, moriva; era dunque vano, quel mio arrabattarmi, tappandomi in casa e troncando le relazioni con l'esterno, ocercando di scappare da Istanbul: se così stava scritto, la morte sarebbe venuta a coglierci fin laggiù. A che tanta paura? Per quelle colpe che da giorni stendevo sulla carta? p.69

Come in quegli stupidi, soddisfatti della propria vita, de mondo e di sé, nel mio sguardo s'era insinuata una voluttà triviale. Ma lo sapevo: nella mia nuova condizione io mi trovavo bene. E tacqui. p.123


Copertina dell'edizione italiana, Super ET, Einaudi, Progetto Grafico 46xy:



Copertina dell'edizione turca, İletişim Yayınları, 1985:



giovedì 26 febbraio 2009

L'erba che non muore mai




Un gruppo di contadini curdi raccoglie il cotone a Bozkuyu, nella provincia di Urfa, Turchia, 2008 [foto di Anne Holmes da Photoshelter].

Yashar Kemal, L'erba che non muore mai (Ölmez Otu, 1968), Giovanni Tranchida Editore, Milano, 1999, traduzione di Roberta Denaro, 418 pagine.


Terzo e conclusivo capitolo della Trilogia della Montagna, questo romanzo narra le vicende degli abitanti di Yalak nella loro discesa annuale dalle montagne del Tauro verso la ricca pianura della Çukurova (l'antica Cilicia, in Turchia) per la raccolta del cotone.
Alcuni dei personaggi della Saga, il santo Tashbash, il capo del villaggio Sefer, Memidik e il vecchio Koca Halil, le cui gesta sono state narrate nei romanzi precedenti, incontrano, alla fine, il loro destino.
Il tempo della narrazione è quello sospeso del Mito, solo interrotto ogni tanto dal rumore di motori ronzanti e dai fari dei camion o dai jet americani in decollo dalla base di Incirlik, che volano quasi sfiorando terra...

Yashar Kemal è una scoperta inaspettata e piene di sorprese. La sua è una anti-epica in cui si avverte il respiro della Storia, l'avventura dell'Uomo come nei cantar di Scorza, che gioca con la scrittura come fa Saramago e che fa sorridere come i raconti di Hrabal.


Rapido, Memidik estrasse dal fodero il coltello dalla lama sottile come una foglia di salice, che al chiaro di luna mandò un riflesso di lampo azzurrino e disegnò un ampio cerchio nell'aria. Tutto il suo corpo si tese, fino al midollo, come un falco nelle rocce pronto a gettarsi sulla preda. Fece un balzo, poi rimase di nuovo così, teso, con le gambe irrigidite e tremanti. Aveva il corpo trasformato dalla testa ai piedi in una pesante barra di piombo. Immobile allo stesso modo. p. 9

Dopo essersi arrampicato su delle ripide rocce giunse alla sorgente. Si sedette, i fianchi appoggiati all'alberello. Chiuse gli occhi. Con le sue terre aride, blu, rosse e verdi, con le sue rocce appuntite, i suoi fiori, i cardi, i suoi uccelli e le sue bianche nuvole, l'intero universo girava intorno a lui. Nella completa assenza di suoni, l'universo risuonava. p.37

Si , la Çukurova non è un posto come gli altri. È un piano infinito, senza confini. Fatto di paludi e boscaglie, di corsi d'acqua e d'immensi mari. Le zanzare vi arrivano a nubi...
La Çukurova è biancora infinito. È colonne di polvere che salgono fino al cielo, e si spostano come immensi giganti, e volano, come giganti dai mille colori. La Çukurova è calore giallo, fumo e polvere. Una terra maledetta, senza piante o alberi, riarsa. Ed è malaria, malattie. Le ossa che dolgono, il sudore che cola. È automobili, e trattori, trebbiatrici, è una creatura incapace di parlare, che solo a tratti grida, una creatura incapace di parlare, che solo a tratti grida, una creatura non umana dalle mani di cotone, la pelle di seta, i capelli di seta filata. E ancora, è cappelli di paglia, vesti bianche e occhi neri. No, non è un posto come gli altri, un posto tranquillo... La Çukurova è un drago verde. Arriva dal cielo sibilando, sotto forma di nuvola. Le genti del Tauro non trovano pace finché non se ne vanno dalla Çukurova. Vivono nella paura. Non pensano che a terminare il loro lavoro e a tornare ai loro monti, alla steppa, un giorno prima. Già due giorni dopo essere arrivati nella piana, si consumano il cuore di nostalgia per le montagne o la steppa da dove vengono. p.44

Un morto non somiglia più a chi era da vivo. Cambia. Non gli somiglia per niente. [...] I morti diventano come tutti i morti. I morti sono simili ai morti... p.74

«La vita dei vecchi è più fragile di un filo di cotone, più sottile di un raggio di luce.» p.192

Pensava ai campi di cotone. La piana della Çukurova le passava sotto gli ochhi. dolce e magica. Tutta un'altra cosa. Le rocce violette dell'Anavarza, e sulle rocce i ruderi che si indovinavano appena. Le acque del Ceyhan, verdi, ferme, mosse solo da un leggero tremolio, e il Mediterraneo azzurro e risonante, coperto di schiuma bianca, con le sue onde folli di rabbia. Il sole scintillante, il sole... La terra della Çukurova che diventa bianchissima sotto il sole... I trattori unti d'olio, i camion, le strade polverose che si stendono sulla piana come una tela di ragno, le colonne di polvere, fatte di luce di tutti i colori, che corrono senza posa verso il Tauro, sempre più grandi e alte... E i campi e le strade affollati di braccianti... I braccianti che si pressano nella piana della Çukurova, simili a formiche dalle enormi mani, affamati, miserabili, la tristezza negli occhi... p.195

Le vecchie aquile muoiono nel più remoto dei cieli, dove sono le stelle. Ma il figlio dell'uomo, quando è vecchio, muore strisciando come un verme, figliolo , strisciando a terra. p.219

La notte era luminosa, scintillante. A ogni passo restava dietro un lago di luce. Tutto era immerso nella luce. Piovve, ma era pioggia di luce che non bagna. Una luce ha spaccato la notte, l'ha divisa nel mezzo. Come una lama ha tagliato in due i monti e la notte. p.320

Meryemce ruppe una cipolla col pugno della mano. Bisogna fare così, infatti quando la cipolla viene tagliata col coltello diventa immangiabile, mentre schiacciata col pugno le fa perdere l'amaro. p.324

Se ci si mette al bordo di un buon campo di cotone e lo si guarda, si vedono solo foglie verdi. Tra il verde delle foglie spunta il candore del cotone, è un'esplosione. In un campo come quello ogni pianta arriva alla cintola. E le caspule che esplodono tra i riami verdi sono grandi quanto un pugno. Se il campo non è di buona qualità, o è nella norma, dalle piante di cotone le foglie sono già cadute a terra, e rimane sulle piante solo il cotone. Il campo allora diventa una distesa innevata, immacolata. E senza fiori. Un buon campo di cotone, fertile, somiglia a un grande giardino fiorito, è coperto di migliaia di fiori multicolori. p.391

Nel cielo una pioggia continua di stelle filanti. E sotto le stelle, si diffondeva per la steppa un canto commovente, il canto notturno di una bella voce d'uomo.
Noi stiamo seduti su una terra di primavera, vecchia di mille anni, dice il canto. Ci siamo amati di un amore vecchio mille anni, vecchio quanto la terra. Uniti nell'amore, uniti nella morte, siamo seduti su una terra di primavera vecchia centomila anni. Ci siamo amati. Abbiamo mescolato il nostro sangue vermiglio, diceva il canto. E continuava, per poi farsi dempre più lontano... p.403

sabato 13 dicembre 2008

Il palazzo delle pulci





Elif Shafak, Il Palazzo delle pulci (Bit Palas, 2002 - The Flea Palace, 2005), "La scala", Rizzoli, Milano, 2008 traduzione di Stefania Manzana e Luisa Martolini, 491 pagine.

Era un uomo che per sopravvivere aveva bisogno di sentirsi indispensabile - uno di quelli che o si innamorano di donne fragili o finiscono col rendere fragili le donne che amano. p. 45

Ma quando appoggio il rosso sopra il blu e guardò il mondo diventare viola un grido affannoso le sfuggi dalle labbra: "I-stan-bul!". L'aveva trovato. [...] Nello spettro dei colori e delle sfumature, Istanbul era viola; un viola azzurrognolo e grigiastro che il sole abbagliante, riflesso dalle cupole ricoperte di piombo, macchiava goccia a goccia e bruciava pennellata su pennellata. p. 67

Tutti sanno che guidare quando si è ubriachi è pericoloso. Ma telefonare quando si è ubriachi può avere conseguenze ancora più nefaste. p. 171

Gli uomini che tradiscono puntano alla qualità: vogliono ottenere da un'altra donna un amore che nella sostanza sia diverso da quello che ricevono dalle loro mogli. Invece le donne che tradiscono puntano alla quantità: vogliono ottenere da un altro uomo un amore che sia maggiore da quello che ricevono dal marito. p. 190

"L'amore non è altro che un meccanismo neurochimico" diceva spesso il professor Kandinskij, "e gli amanti più fedeli hanno un cervello di dimensioni rdiottissime. Se si incontra una donna sposata da anni ancora innamorata pazza di suo marito, si può stare certi che la sua memoria è uguale a quella di una cinciallegra". p.223

"Ma appena vi attaccano il telefono, per prima cosa chiamate un negozio di dolciumi". p. 308

Dopotutto, è così che stanno le cose. Perché possiamo davvero condividere il dolore di un'altra persona, per prima cosa l'altra persona deve condividere la nostra stessa realtà. p. 440

L'essere umano è estremamente vulnerabile e primitivo. Sono le coincidenze, piuttosto che le conseguenze che egli causa, a lasciare un'impronta nella sua vita. p. 466