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lunedì 3 novembre 2014

L'importanza dei luoghi comuni

Marcello Fois, L'importanza dei luoghi comuni

sabato 9 agosto 2014

Nel tempo di mezzo


Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, "Supercoralli", Einaudi, Torino, 2012, 272 pagine. 

Non riuscí a pronunciare per intero il suo nome. All’impiegato che glielo chiedeva riuscí a dire solo: Vincenzo.

Nel totale brunito, vinaccia, della terra arata dagli ordigni che stancamente erano piovuti dai cacciabombardieri, sopravviveva qualche accenno di verde rassegnato, polveroso.

Le terre quanto piú sono antiche tanto piú si concentrano, sono grumi calcificati nella Pangea; le nuove, ampie, terre invece, sono epidermidi sottili e delicate di neonati esposti a ogni trasformazione. Sono spazi dove il meccanismo, che ha tutto ancora da imparare, si fa cavilloso, non accetta l’insondabile, crede ogni avvenimento quantificabile e perfetto nella sua prevedibilità. È l’anzianità che smette di credere a questa perfezione, dimostrando in se stessa che non c’è niente di perfetto in un corpo che si consuma.

Quella domanda e il sole sorsero insieme.

[...] Terranova o Olbia che fosse: in tempi di regimi i nomi hanno un senso indiscutibile per chi li impone e relativo per chi li patisce.

Si fermò ad ascoltare l’aria ferma del primo mattino che portava con sé mare e terra, sabbia e roccia, che sono poi la stessa cosa in forma diversa.

Raccontavano che in quel particolare anno maledetto tutti i venti, caldi e freddi, scirocchi o tramontani, avevano cessato di soffiare. Tutto sembrava voler contribuire all’obbligo di fare silenzio.

Il cielo sopra la sua testa era stellato e luminoso. Impietosamente bello, di una bellezza semplice e totale, come il sorriso di una sposa, l’orgoglio del ragazzo che scopre di essere uomo, lo sguardo di chi si ama. Era bellezza degli umani e non delle cose, come poco prima, sotto la pioggia fangosa, degli umani era stata ogni bruttezza.

E ciò rimetterebbe a posto le cose: tenersi pronti per la carestia durante l’abbondanza. Ma quella è una saggezza talmente elementare che si frantuma al primo scossone della realtà. Che succede quando abbondanza e carestia dormono sullo stesso letto, quando c’è il cibo ma non ci sono piú le bocche da sfamare?

L’incanto dove noi posiamo il piede, che chiamiamo paradiso di boschi, di fonti, di frutti, prima era inferno, materia incandescente, lava indistinta, brodo per batteri. Siamo il risultato di una disobbedienza, e che ce la raccontino sotto forma di frutto proibito poco importa.

Lui c’aveva troppi interessi, troppi affari in giro, era uno con un’altra testa, si vede proprio che non era stato allevato da queste parti. Guardate che queste cose contano, a lungo andare una testa diversa fa la differenza.
Oh non sono mai stato speciale, ho amato le cose che amano tutti: il silenzio mattutino, le lenzuola fresche di bucato… Ho amato di innamorami. Ho amato di essere amato. Ho amato di trattenere il pianto e anche di piangere. Mai stato speciale, no. Ho amato il pane fresco e la perfezione di certe forme. Ho amato d’amare. E odiare, qualche volta, certo: non sono speciale. Neanche adesso, che è notte fonda.

A furia di ripetere, da vecchi, scopriamo d’essere meno speciali di quanto abbiamo mai creduto di essere. Scopriamo che tutti ugualmente si muore e questo ripetersi infinito non è nient’altro che negazione dell’evidenza.

 Va bene, si ricomincia.

la copertina


lunedì 8 ottobre 2012

Stirpe


Marcello Fois, Stirpe, Einaudi, Torino, 2009, 243 pagine.

Gli amori durano esattamente un momento perfetto, il resto è solo rievocazione, ma quel momento può essere sufficiente a dare un senso a più di una vita. p. 10

la copertina


lunedì 27 aprile 2009

Sempre caro




Antonio Ballero, Un incrocio campestre, da Sardegna Digital Library

Marcello Fois, Sempre caro, "ET Scrittori", 1562, Einaudi, Torino, 2009, prefazione di Andrea Camilleri, 92 pagine.

Primo romanzo, che nel 1998 valse a Fois il Premio Scerbanenco, in cui compare l'avvocato e poeta nuorese Bastianu Satta, protagonista di una trilogia (proseguita con Sangue dal cielo e L'altro mondo) ambientata nella Sardegna (nella Barbagia, nell'Ogliastra e nel nuorese in generale) di fine Ottocento.
La storia, un noir, che parla di delitti di paese e banditismo è solo il filo conduttore di una riflessione, fatta di contrasti, sull'assimilazione forzata della Sardegna dopo l'unità di Italia.

[...] - Vede quanta strada abbiamo da fare noi? Non siamo cittadini qualunque, non italiani come gli altri. Noi siamo carne da lavoro e cani da guerra.
- Lo dice lei questo...
- Ma lei ha un'idea di cos'era questo posto? Questa gente ? Come si può pretendere che capiscano se nessuno spiega niente ?
- Avvocà, con questa storia di spiegare mi sa che voi ci marciate, come si dice dalle nostre parti... Voglio dire che quando volete riuscite a capire al volo...
- Una cosa l'abbiamo capita subito e senza che ci fosse bisogno di spiegarcela: di quello che siamo, di quello che siamo stati, di quello che saremo, non importa niente a nessuno. p.34

Avevo tante di quelle cose in testa ! Tante cose che facevo fatica a metterle in ordine. Mi capitava alle volte, anche nello studio. Non riordinavo subito una pratica e finiva che non riuscivo più a trovarla. Alla mia madre diceva che le cose si devono mettere a posto a poco a poco, quando sono ancora gestibili, che se si lascia spazio al disordine poi viene lo scoraggiamento e non si riesce più a riordinare e si perde un sacco di tempo. p.54

Avevo il mio spazio in una radura brulla che faceva da terrazzo in direzione del versante orientale di Badde Manna. In cima la colle di Sant'Onofrio. E già il solicello della primavera incipiente rimandava bagliori rossastri. Presi posizione sul mio masso. Un sedile di granito che mi aveva scolpito il vento. Appoggiai il mento alle mani riunite sulla cima del mio bastone e restaia guardare. Un astòre sondava il terreno alla ricerca di lepri e topi di campagna. Uno sbaffo di nuvole basse incupiva la luminosità opalescente del primo pomeriggio. Il vedre della vallata era grasso come se il terreno fosse pronto ad esplodere in una turbolenza muta:

Nel silenzio la terra
La grande anima esala


Che è verde. Una grande anima verde che si fa largo tra i graniti grigiorosa. Questa si che è la tavolozza di Ballero. Ora si riconosce lo sbaffo poroso della linea dell'orizzonte, in fondo, a mare, superata la cresta incipriata delle Dolomiti olianesi. E la bruma cenerina che sfonda nell'arco d'azzurro turchese del Golfo di Orosei. p.79


Copertina, Franco Pinna, Sardegna (strada Bosa - Macomer), 1961



Copertina dell'edizione Il Maestrale (Frassinelli), 1998 (foto di Alessandro Contu)